E. Marie
giovedì 9 luglio 2009
Dopo le ferie, in cerca di senso
E. Marie
mercoledì 24 giugno 2009
"Fede e omosessualità", una piccola grande speranza
Niente di miracoloso, ma senz'altro è una buona notizia.
Mi riferisco a "Fede e omosessualità" di Valter Danna, compendio della Diocesi di Torino (8 euro) che si propone come sussidio per la pastorale delle persone omosessuali.
La buona notizia è la semplicità "costruttiva" con cui il compendio arriva a fare distinzioni importanti (omosessaulità/pedofilia), non relegando all'omosessualità lo spettro della terapia curativa, ma aprendo un varco nella direzione della complessità delle storie individuali.
Storie, che si devono vivere il più possibile senza ipocrisia, andando a fondo nell'analisi di sé stessi.
Poi viene detto un secco no ai sensi di colpa come ai pregiudizi e all'omofobia.
Sempre con un linguaggio sereno e mai di condanna, il libro cerca di tracciare una linea di buon senso su quelle che sono diventate ormai posizioni sclerotizzate sia per la Chiesa che per i movimenti omosessuali. Insomma, "Fede e omosessualità" non é certo il documento che scalda il cuore e fa intravedere un futuro diverso per le persone omosessuali nella Chiesa. Certamente, spezza un clima di tensione veramente insopportabile culminato con il NO del Vaticano alla depenalizzazione dell'omosessualità, riportando la questione omosessuale nei confini di un'analisi seria e aperta all'amore e al mistero di Dio.
La sua semplicità "costruttiva"si spera possa essere la giusta indicazione per un cammino nuovo della Chiesa verso le persone omosessuali.
Sarebbe bello che il compendio fosse inviato a tutte le Diocesi d'Italia e che lo adottassero.
L'unica critica che si può apportare è forse l'assenza dell'amore omosessuale e quindi della coppia.
Ma sappiamo bene, quanto il tema sia ostico e delicato, serve ancora tempo. In fondo questo documento lavora ancora nella direzione della "dignità" della persona omosessuale, scritta su tutti i documenti ecclesiastici ma di fatto sempre mortificata da continue prese di posizione vaticane, spesso avvilenti se non crudeli.
Ma non sminuiamo questo piccolo passo in avanti in un periodo in cui la diversità terrorizza.
Anzi, ringraziamo.
Ringraziamo i sacerdoti, il cardinale e il gruppo di omosessuali credenti che ha lavorato per questo piccolo grande risultato.
Perchè sono l'esempio di un coraggio che manca, di una delicatezza umana perduta.
Sono l'esempio di una Chiesa che vuole ancora educare, ma nel senso vero del termine senza cedere all'ansia del potere e del controllo.
Grazie perché, se anche un solo sacerdote con questo compendio saprà accogliere, ascoltare, comprendere, supportare una persona omosessuale infondendole speranza nell'amore e nella vita, allora allo stesso modo ci può essere una piccola grande speranza per una Chiesa nuova.
Andrea
lunedì 1 giugno 2009

Diritti diversi. La legge negata ai gay
Bernardini De Pace Annamaria
Prezzo: € 17.50
Contenuto
Cosa vuoi dire oggi "essere gay"? È proprio vero che la legge è uguale per tutti? L'omosessualità gode ormai del rispetto e degli stessi diritti riconosciuti all'eterosessualità o è ancora vista con sospetto e pregiudizio? Secondo uno degli avvocati più famosi d'Italia i casi di discriminazione sono ancora tanti, troppi, l'autrice riflette su alcuni principi della Costituzione italiana, e in particolare quelli espressi negli articoli 2 e 3, che risultano non applicati nel caso degli omosessuali. Inutile dire che particolare peso hanno, in tutto questo, la religione e le posizioni della Chiesa cattolica. Le nozze, le adozioni, le successioni, la convivenza: tutte battaglie ancora da combattere, in nome della legge. E inoltre, in appendice: una rassegna delle legislazioni sul tema omosessualità nel mondo (dalla pena di morte in Iran ai pari diritti in Olanda).
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Dettagli
Titolo: Diritti diversi. La legge negata ai gay
Autore: Bernardini De Pace Annamaria
Editore: Bompiani (collana I grandi pasSaggi Bompiani)
Data di Pubblicazione: 2009
ISBN: 9788845262487
Dettagli: p. 223
Reparto: Diritto
venerdì 17 aprile 2009
II^ domenica di Pasqua B
Gv 20, 19-31
Pensiamo spontaneamente che dobbiamo essere in regola per trovare Cristo, mentre egli ha ripetutamente dimostrato di essere venuto non per i giusti ma per i peccatori, non per chi sta bene ma per chi sta male. Nessuno è escluso dalla salvezza. Tommaso era assente, era fuori dell’assemblea degli apostoli, fuori della piccola chiesa riunita nel cenacolo, eppure riceve come gli altri il dono dello Spirito fatto una settimana prima. La dinamica divina sconvolge sempre i ragionamenti umani sulla giustizia. Gli ultimi sono i primi, l’apostolo fuggitivo, colui che gli altri forse accusavano di mancanza di solidarietà, d’infedeltà, proprio lui può toccare con mano le piaghe del Maestro. Proprio lui è invitato a gesti di familiarità sul corpo del Risorto che gli altri hanno solo guardato, probabilmente con venerazione, ma certamente non con la libertà di Tommaso. E’ come se Gesù gli dicesse: “Puoi diventare uomo di fede, perché porto i segni del tuo male. Non volevi una fede astratta, volevi toccare con mano, ebbene avevi ragione. Eri malato di sfiducia, ma hai cominciato il cammino verso la guarigione quando hai immaginato di poter mettere il tuo dito nel posto dei chiodi, come un paziente accelera il suo ristabilimento se crede di poter uscire dalla malattia. Credere è già guarire. Ora, puoi diventare credente”.
Tommaso riassume in sé i nostri dubbi, gli ateismi di coloro che non hanno ancora ricevuto il dono della fede. Se non vede, non può credere. Non ha colpa, ancora non ha ricevuto lo Spirito. Forse abbiamo, anche noi, vissuto a lungo con Gesù, praticato la religione e fatto opere buone, ma non abbiamo ancora aperto il nostro essere profondo al suo Spirito, non abbiamo ancora accolto il dono di Dio. La fede è l’offerta del Padre a chi non ha paura di mettere le mani nelle ferite del Signore, cioè di guardare in faccia il suo peccato e il male che produce sugli altri. Poi il Risorto si fa presente e la fede diventa esperienza di perdono.
E.Marie
venerdì 10 aprile 2009
E CRESCENDO IMPARI... Piccolo vadevecum di educazione alla semplicità in questa Pasqua così tremendamente attuale,così amara...
Non e' quella che si insegue a vent'anni, quando, come gladiatori si combatte il mondo per uscirne vittoriosi...
La felicità non e' quella che affannosamente si insegue credendo che l'amore sia tutto o niente,...
non e' quella delle emozioni forti che fanno il "botto" e che esplodono fuori con tuoni spettacolari...,
la felicità non e' quella di grattacieli da scalare, di sfide da vincere mettendosi continuamente alla prova.
Crescendo impari che la felicità e' fatta di cose piccole ma preziose....
...e impari che il profumo del caffè al mattino e' un piccolo rituale di felicità, che bastano le note di una canzone, le sensazioni di un libro dai colori che scaldano il cuore, che bastano gli aromi di una cucina, la poesia dei pittori della felicità, che basta il muso del tuo gatto o del tuo cane per sentire una felicità lieve.
E impari che la felicità e' fatta di emozioni in punta di piedi, di piccole esplosioni che in sordina allargano il cuore, che le stelle ti possono commuovere e il sole far brillare gli occhi,
e impari che un campo di girasoli sa illuminarti il volto, che il profumo della primavera ti sveglia dall'inverno, e che sederti a leggere all'ombra di un albero rilassa e libera i pensieri.
E impari che l'amore e' fatto di sensazioni delicate, di piccole scintille allo stomaco, di presenze vicine anche se lontane, e impari che il tempo si dilata e che quei 5 minuti sono preziosi e lunghi più di tante ore, e impari che basta chiudere gli occhi, accendere i sensi, sfornellare in cucina, leggere una poesia, scrivere su un libro o guardare una foto per annullare il tempo e le distanze ed essere con chi ami.
E impari che sentire una voce al telefono, ricevere un messaggio inaspettato, sono piccoli attimi felici.
E impari ad avere, nel cassetto e nel cuore, sogni piccoli ma preziosi.
E impari che tenere in braccio un bimbo e' una deliziosa felicità.
E impari che i regali più grandi sono quelli che parlano delle persone che ami...
E impari che c'e' felicità anche in quella urgenza di scrivere su un foglio i tuoi pensieri, che c'e' qualcosa di amaramente felice anche nella malinconia.
E impari che nonostante le tue difese, nonostante il tuo volere o il tuo destino, in ogni gabbiano che vola c'e' nel cuore un piccolo-grande Jonathan Livingston.
E impari quanto sia bella e grandiosa la semplicità.
giovedì 9 aprile 2009
E' Pasqua !!!
faccia risuonare nei nostri i cuori
la speranza.
domenica 15 marzo 2009
Coppie omosessuali?
di
Don Domenico Pezzini
Animatore del gruppo di cristiani omosessuali “La Fonte”, Milano
Mi si chiede di esprimere alcune valutazioni sull’articolo che Gianni Geraci ha dedicato alle coppie omosessuali. Riconosco che l’argomento è spinoso, e che nell’analizzare la questione, come ha detto bene Gianni, tutti usiamo degli “occhiali”: a seconda delle lenti si vedono cose diverse. Questo non significa che non esista una verità unica e uguale per tutti. Si vuol dire soltanto almeno un paio di cose: 1. che, soprattutto quando si tratta di valutazioni di ordine morale, nessuno ha in tasca la verità assoluta fatta una volta per tutte, e dunque si deve sempre avere un senso relativo di ciò che crediamo e si deve comunque restare in atteggiamento di ricerca; 2. che nel valutare i comportamenti è importante prendere in seria considerazione la situazione delle persone direttamente implicate, e non giudicare situazioni che ci sono estranee a partire da quelle che viviamo noi: questo sarebbe pretendere di imporre agli altri i nostri occhiali!
Basta poco per accorgersi che la comprensione e interpretazione di certe situazioni di vita è “mobile”. La cosa è del tutto evidente nel modo di leggere la condizione omosessuale, per rimanere al di dentro del tema che qui interessa. Sono stati fatti alcuni passi che pian piano hanno mutato, e in misura consistente, la maniera di vedere le cose. Quando ho fatto la mia teologia morale, alla fine degli anni cinquanta, i testi parlavano solo di “sodomia” e si riferivano a un certo tipo di rapporto sessuale giudicato “innaturale”; di riflesso l’omosessuale era descritto come pervertito, malato, ecc. Al centro di questa valutazione c’erano gli “atti”, con l’implicito che tali azioni erano comportamenti perversi di una persona che era “per natura” eterosessuale.
Da questa visione delle cose si è passati, anche sotto l’influsso delle scienze umane, e grazie a un maggiore ascolto delle persone, a convincersi che vengono al mondo alcuni che “per natura” sono omosessuali, nel senso che c’è in loro una tendenza innata che li porta a relazionarsi affettivamente e sessualmente con persone del loro sesso. Tale visione delle cose, o, per rimanere nella metafora iniziale, tale “paio di occhiali” è stato recepito nel Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992, dove si dice al n. 2358 che “un numero non trascurabile di uomini e donne presenta tendenze omosessuali innate” (“profondamente radicate” secondo la versione del 1997), e che “la genesi psichica di tale tendenza rimane in gran parte inspiegabile” (n. 2357). I corsivi sono miei. Nessuno che non sia cieco può far finta di non vedere il profondo mutamento di prospettiva intervenuto rispetto alla “sodomia” di cui si diceva. In gioco non ci sono degli “atti” che chiunque compirebbe quando gli viene voglia, ma una “condizione esistenziale” qualcosa che coinvolge la persona nella sua totalità e contribuisce a determinarne l’identità. La “tendenza” infatti esprime ciò che una persona prova come un bisogno di fondo, appagato il quale si sente felice.
Questo non risolve tutti i problemi: sappiamo che ci sono in noi tendenze storte, che suscitano una illusione di felicità e che vanno governate e contrastate. Per qualcuno la tendenza omosessuale appartiene a questo genere. Qui però si apre un’altra questione. Molti, purtroppo, amano ancora pensare che l’omosessuale sia una persona cui interessa solo il sesso, fatto in un certo modo. L’ascolto dei diretti interessati rivela invece ben altro. C’è nell’omosessuale, come in tutti, un grande bisogno di affetto, di tenerezza, di amicizia, di amore, e insieme c’è in lui la sensazione che tale bisogno trovi la risposta più piena in una persona del suo sesso. Questo non vuol dire che l’omosessuale non sia capace di vivere amicizie intense anche con persone di sesso diverso: vuol dire solo che egli si sente appagato a tutti i livelli in un rapporto con uno/una del suo sesso. Capire questo ci fa fare un altro passo importante.
Riassumo. Il primo passo consiste nell’uscire da una visione che riduce l’omosessualità a certe pratiche genitali per ricondurla a una dimensione di tutta la persona: mente, immaginazione, cuore, affetto, e, beninteso, corpo. Il secondo passo consiste nel capire che, come si è ricordato, tale condizione è innata: non è colpa dell’omosessuale essere quello che è, o per dirla ancora con il Catechismo della Chiesa Cattolica, gli omosessuali “non scelgono la loro condizione” (n. 2358), ci si trovano dentro, e l’unica “scelta” che rimane loro possibile è reprimere se stessi, o vivere quello che sono in modo serio e decoroso. Come? Siamo al terzo passo, che consiste nell’intendere la “relazione” tra le persone come una vocazione fondamentale nella vita, come qualcosa di cui è ben difficile fare a meno: “non è bene che l’uomo sia solo” (Genesi 2,18). Quando il card. Hume scrive che “L’amore tra due persone, siano dello stesso sesso o di sesso diverso, va apprezzato e rispettato”, o quando il card. Martini afferma che “le unioni omosessuali… possono giungere, a certe condizioni, a testimoniare il valore di un affetto reciproco”, essi esprimono esattamente quello che un po’ di anni fa non era così evidente: che cioè un rapporto omosessuale non è sempre e comunque perverso, ma che può essere addirittura una esperienza di “amore”.
Io mi fermo qui. Hume e Martini mettono precisi paletti alle loro affermazioni. Hume, ripetendo quanto dicono i documenti vaticani e lo stesso Catechismo già citato, ricorda che la pratica genitale va comunque esclusa da un rapporto omosessuale anche se questo è basato sull’affetto. Martini, nella prospettiva del valore sociale della famiglia (che era al centro del discorso da cui è stata tratta la citazione), dice che le unioni omosessuali “comportano la negazione in radice di quella fecondità che è la base della sussistenza della società stessa”: gli omosessuali non fanno figli, né, almeno da noi, possono allevare quelli degli altri. Rimane però l’affermazione sulla possibilità e sul valore di un amore/affetto omosessuale. E questo conta.
Si potrà forse fare un altro passo, il quarto. Lo fanno alcuni omosessuali che si ritrovano nei gruppi di gay credenti, così come, credo, tanti altri che hanno accettato di vivere seriamente la loro condizione. Il quarto passo è che in un rapporto serio, fedele e responsabile tra due omosessuali anche il corpo e il sesso hanno un loro significato “relazionale” per il loro potenziale di piacere, di conforto, di scioglimento delle tensioni. E insieme a questo sta la convinzione che proprio perché senza affetto è difficile vivere, e che dentro una relazione seria l’affetto va nelle due direzioni e diventa dono, perdono, capacità di sostengo e di sopportazione, anche una relazione omosessuale è in questo senso “feconda”: aiuta la persona a uscire da sé e la porta verso l’altro, e dunque la muove in ultima analisi verso Dio. Penso sia questo ciò che ha inteso il card. Hume quando scrive: “Amare un altro significa in realtà raggiungere Dio che è presente con la sua amabilità in colui che noi amiamo. Essere amato significa ricevere un segno, o una parte, dell’amore incondizionato di Dio”. Questo vale dell’amore sia eterosessuale che omosessuale.
Ciascuno potrà valutare, su questa traccia di “passi”, dove si colloca e a che punto è.
Per quanto riguarda le unioni omosessuali, personalmente mi pongo in una prospettiva pastorale: la “legge” mi interessa di meno, anche se sono sensibile alle osservazioni fatte da Gianni circa i benefici effetti di una regolamentazione di tali unioni. E dal mio punto di vista c’è una sola conclusione. Tocca alla comunità cristiana aiutare gli omosessuali a non aver vergogna di essere quello che sono, a sentirsi a casa loro dentro una parrocchia, a poter vivere serenamente le loro amicizie, che vanno incoraggiate e sostenute proprio per tutto il bene che ne deriva. Certo, l’ideale di una amicizia, o di un amore, serio, fedele e responsabile non è facile, e può anche darsi che sia ancora più difficile tra gli omosessuali, che obiettivamente mancano di quel collante che sono i figli e la stessa differenza sessuale. Ma come il numero dei fallimenti matrimoniali non ha mai fatto abbandonare una pastorale delle famiglie, così la difficoltà a costruire e mantenere amicizie omosessuali fedeli non deve farci rinunciare all’impresa. Resta pur sempre un nostro compito quello dell’accoglienza delle persone, e quello di aiutarle a costruire relazioni feconde e appaganti. Senza pretendere di imporre agli altri i nostri occhiali, ma mettendosi addosso quelli degli altri, per poter almeno capire, e, se possibile, agire di conseguenza.
Don Domenico Pezzini
Animatore del gruppo di cristiani omosessuali “La Fonte”, Milano
Titolo L'altro e gli altri - Verso una spiritualità dell'incontro
Autore
Domenico Pezzini
Editore
Ancora
EAN 9788851406059
Prezzo 12,00 €
Pagine 144
Data ottobre 2008
Collana Le Àncore