Dal libro della Sapienza 11,22-12,2

Tutto il mondo davanti a te, come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra. Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi, non guardi ai peccati degli uomini, in vista del pentimento. Poiché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l'avresti neppure creata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi? O conservarsi se tu non l'avessi chiamata all'esistenza? Tu risparmi tutte le cose, perché tutte son tue, Signore, amante della vita, poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose. Per questo tu castighi poco alla volta i colpevoli e li ammonisci ricordando loro i propri peccati, perché, rinnegata la malvagità, credano in te, Signore.

venerdì 13 giugno 2008

Domenica 15 giugno 2008

XI Domenica del tempo ordinario A
Salmo responsoriale (Sal 99)
Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.
Acclamate al Signore, voi tutti della terra,
servite il Signore nella gioia,
presentatevi a lui con esultanza.

Riconoscete che il Signore è Dio;
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo.

Lodate il Signore, poiché è buono,
eterna è la sua misericordia,
la sua fedeltà per ogni generazione.

Vangelo: Mt 9,36-10,8

In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: "La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!".
Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d'infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, che poi lo tradì.
Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: "Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date".

Rivelatori d’amore

Dopo duemila anni di evangelizzazione, la gente vive la religione come uno spazio vitale e liberante o ancora non sa che cosa credere, si sente come abbandonata in un deserto senza strada né meta? Spinto dalla compassione per le folle defraudate da riferimenti sicuri e oberate da obblighi legalisti staccati dalla quotidianità, Gesù aveva istituito i Dodici come testimoni di un amore estremamente concreto. Li aveva inviati per guarire ogni forma di malessere, fisico o mentale, spirituale o morale, come indica l’elenco che accenna ai malati, ai lebbrosi, ai morti, agli indemoniati.
Prima di proclamare verità di fede, dovevano svolgere un servizio di compassione e di salvezza, annunciare la venuta immediata di un Regno dove tutti, figli di un unico Padre, sarebbero stati fratelli. Dovevano sconfiggere la negatività con una totale gratuità.
Erano gli araldi di un’era in cui il bene sarebbe stato offerto a tutti, senza rivalità né egoismo, come un patrimonio accresciuto dalla condivisione. Utopia folle di un uomo in preda a un delirio di onnipotenza?
Il segreto di Gesù di Nazaret, invece, è la sua umiltà: “Non entrate dai Samaritani, ma andate solo dalle pecore perdute della casa d’Israele”. Campanilismo rigido di uno xenofobo? Piuttosto saggezza di chi si fida del Padre, di chi sa che il bene si diffonde da sé. La sua è pazienza modesta che non pretende di affrettare i tempi, ma lascia che le menti si aprano all’universalità, prima di invitarle ad entrare in una dinamica di condivisione planetaria. I Dodici sono incaricati di rivelare la presenza di Dio nel cuore della quotidianità, senza cadere in un proselitismo irruente. Gesù non è un manager né un pubblicitario. Sceglie dodici uomini, alla stregua dei dodici capostipiti d’Israele, e sono persone semplici, poco colte, che dimostrano con la loro stessa vita che Dio può trasformare il destino più scialbo in una rivelazione della sua presenza d’amore. Debbono guarire, purificare, risuscitare, sconfiggere il male e ne sono resi capaci dalla fiducia che riporranno nel Padre e dalla gratuità che contrassegnerà la trasmissione del bene affidato alle loro mani.
“Pregate il padrone della messe, che mandi operai”: se gli apostoli non si mettessero costantemente a contatto con il Padre, come potrebbero rivelare la sua tenerezza?
E.Marie

mercoledì 21 maggio 2008

MEDITAZIONE

Ti offendi
se ti dico
che il mondo appare ai miei occhi
informe
dolorante
incompiuto?
No,
se invece di una ribellione infeconda
e di un’amarezza mediocre
assumo la mia parte divina
di co-creatore
e faccio la mia parte
per completare il mondo.
Dom H. Camara

mercoledì 14 maggio 2008

Domenica 18 maggio 2008

Domenica della Santissima Trinità – Anno A
Salmo responsoriale (Dn 3,52-56)
A te la lode e la gloria nei secoli!
Benedetto sei tu, Signore, Dio dei padri nostri.
Benedetto il tuo nome glorioso e santo.
Benedetto sei tu nel tuo tempio santo glorioso.
Benedetto sei tu sul trono del tuo regno.
Benedetto sei tu che penetri con lo sguardo gli abissi e siedi sui cherubini.
Benedetto sei tu nel firmamento del cielo.
Vangelo: Gv 3,16-18
Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio".
La festa del Padre
Dio è Padre d’ogni consolazione, fonte del bene, amore gratuito. Di fronte alla fatica dell’uomo per trovare la vera felicità, ha dato il Figlio perché potessimo ribaltare su quell’uomo tutta la nostra rabbia, la nostra fame di potere, d’importanza, anche d’amore, e riceverne solo del bene. Quell’uomo era Dio, ed è morto perché non abbiamo saputo riconoscere che ci portava il bene che non muore, la capacità di perdonare e di rendere il bene per il male, la possibilità di diventare figli del Padre. Con la sua morte ha dimostrato la straordinaria potenza della Vita che è in Dio, quella Vita che lo ha fatto risorgere, senza l’ombra di un rimprovero per chi lo aveva messo a morte e nemmeno per noi.
“Mio padre ci ha lasciati quando avevo quattro anni, ora ha scelto d’essere transessuale”. “Mia madre mi ha sempre rifiutata”. “I miei genitori mi hanno abbandonato alla nascita”. Dio, perfetto Padre, non ci tradisce mai e addirittura si fida di noi. I genitori spesso inquieti per le scelte dei figli, dimostrano di non credere nel bene che hanno immesso in loro mediante l’affetto, l’educazione e la testimonianza. Dio invece sa che siamo in grado di vincere il male con il bene che infonde in noi, e suscita sulla strada di chi è stato troppo ferito dalla vita, la persona, la situazione, la parola che lo avvierà verso una rinascita. Dio non ha un progetto, non interviene, ma “si china sui figli dell’uomo, per vedere se c’è un uomo saggio” (Sal 52,3), che da quelle vicende di disperazione sappia far nascere un bene maggiore.
“Quando un tossicodipendente sceglie volontariamente di entrare in comunità – diceva un prete amico della gente di strada – compie il primo passo verso Dio, verso la riconciliazione con la Vita. Forse non andrà oltre, forse non entrerà mai in una chiesa, ma è già in cammino verso il Padre che lo ama”. Tuttavia, per entrare in comunità, bisogna che qualcuno abbia iniziato ad aprire una casa per accogliere chi stava sulla strada. Il Padre non decide nulla ma accende il nostro cuore. C’è chi ha l’orecchio e il cuore abbastanza sensibili da cogliere l’amore del Padre per il ragazzo abbandonato, per entrare nella dialettica del perdono anche nei confronti del genitore che lo ha rovinato. Allora un po’ del mondo viene salvato, una persona entra nella festa del Padre.
Em.Marie
Quale Dio?
«E se ci fossimo sbagliati noi, donpi? Se davvero Dio avesse il volto severo che mi hanno insegnato da giovane? E se davvero la Chiesa fosse solo una grande e macilenta organizzazione reazionaria e retrograda arroccata sulle proprie posizioni che non accetta cambiamenti? E se il primato dell'essere e del divenire sull'agire e sulla morale fosse una scappatoia lassista?»
Va giù pesante, Laura. Mi ha telefonato invitandomi a cena, dicendomi che, però, doveva prima parlarmi da sola, senza suo marito. Li conosco da anni, sono stati miei parrocchiani, hanno fatto un bel percorso di fede, hanno investito tempo e idee nella pastorale. Non è, il suo, lo sfogo dell'adolescente delusa, ma la riflessione pacata e sofferta della donna adulta.
Sorrido, cercando di dirle le parole giuste. Tutto è nato dall'incontro fortuito con un sacerdote che lavora a Roma, e che lei ha conosciuto qualche anno fa', incontro avvenuto di ritorno da una gita scolastica a Parigi, in treno. Hanno toccato vari argomenti, tra cui alcune situazioni delicate di cui entrambi sono a conoscenza. È rimasta turbata, Laura, perché ha trovato solo giudizi impietosi, analisi feroci, assenza di misericordia, curiosità prurigginosa. Turbata e scossa nel profondo, stupita per l'apparente cambiamento di una persona che aveva conosciuta e stimata, il colloquio ha avuto un effetto domino. Il suo ragionamento non fa una grinza: quando tutti ti dicono il contrario di ciò che pensavi, forse sei tu ad esserti sbagliata... Osservazione tutt'altro che ingenua, anzi.
Lassismo
Peggio: in settimana ricevo una mail da una lettrice cinquantenne che lamenta oratori chiusi e preti in crisi, conclude che non ci sono più certezze e che noi preti rischiamo di omologarci alla mentalità di questo mondo. Vero, le rispondo, ma forse la ragione profonda è che la Chiesa deve ripensarsi dal di dentro, ripartendo dall'essenziale, preti e laici insieme, con onestà. Urge invocare lo Spirito.
Il misericordioso
La Parola di oggi sembra dare un incoraggiamento a Laura e un'indicazione a tutti noi. Mosè è sfinito: dopo mille vicissitudini ha abbandonato la sua patria e la sua condizione di principe per fuggire nel deserto, deluso da sé e dal popolo cui scopre di appartenere. Agli ebrei non piace avere un condottiero che dall'alto della sua fortuna liberi il popolo. Masticato dalla delusione, Mosè è chiamato da Dio a liberare (e daje!) il suo popolo. Nel deserto, combattuto dalla contingenza e dalla testardaggine mugugnante del suo popolo, Mosè è tentato molte volte di abbandonare l'impresa. Davanti all'ennesima delusione sale a parlamentare con Dio. E Dio appare e si svela, si racconta, si presenta.
«Il Signore Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di amore e di fedeltà» (Es. 34, 6), ecco chi è il Dio di Israele.
Dio è colui che usa misericordia, che guarda alla nostra miseria col cuore, che ha pietas, cioè tenerezza e comprensione gratuita, verso di noi, che ha un mare di pazienza ed è tenace nell'amore. il Dio di cui Mosè e il popolo fanno esperienza è il Dio che si accorge del dolore, che interviene, attraverso Mosè, che si racconta. Egli è il misericordioso.
Di più
Paolo, scrivendo a Corinto, ammonisce la comunità: per fare esperienza del Dio di Gesù, per essere riempiti del suo amore e della sua pace, per fare esperienza di misericordia occorre usare misericordia, vivere incoraggiandosi e dando il meglio di sé, dimorare nella gioia dello Spirito. Ancora una volta la Parola ci scuote: siamo chiamati a fare esperienza di Dio per trasmetterla con la nostra presenza. Possiamo fare esperienza di Dio solo se disarmiamo il nostro cuore dagli atteggiamenti di violenza e di prevaricazione, fossero anche legati a legittimi sentimenti religiosi.
Di più
Gesù è venuto per dire definitivamente chi è Dio, per dirci la verità su di lui e su di noi, per manifestare la verità delle cose che riguardano Dio. E oggi, nella splendida pagina del dialogo con Nicodemo, Gesù dice una cosa straordinaria: il Padre desidera che ci salviamo, ha mandato il suo Figlio per questo scopo, Dio non desidera la nostra condanna, non è un preside severo che ci aspetta al varco, mai! Gesù morirà in croce per svelare questo volto splendido di Dio!
La festa di oggi medita il mistero del Dio di Gesù, un Dio che è comunione profonda, Trinità. Dio non è il solitario perfetto, l'incommensurabile, l'onnipotente – certo - ma solitario Motore Immobile (il sommo egoista bastante a se stesso?).
Dio è festa, famiglia, comunione, danza, relazione, dono. Dio è tre persone che si amano talmente, che se la intendono così bene che noi – da fuori – ne vediamo solo uno. Abbiamo una così triste opinione di Dio! La Scrittura ci annuncia che Dio è una festa ben riuscita, una comunione perfetta. Che bello vedere realizzato in Dio ciò che noi da sempre desideriamo: tre persone che non si confondono, che non si annullano in un'indefinita energia cosmica, ma che, nella loro specificità, operano con intesa assoluta.
A immagine
A questa comunione siamo invitati come singoli e come comunità cristiana. È alla Trinità che dobbiamo guardare nel progetto di costruzione delle nostre comunità: la Chiesa (quella sognata da Dio, intendo, non lo sgorbio presente nelle nostre menti, fatta di rigidezze e sovrastrutture) è lo spazio pubblicitario della Trinità nel mondo d'oggi. Guardando alla Chiesa l'uomo si accorge di essere capace di comunione. Uniti nella diversità, nel rispetto l'uno dell'altro, nell'amore semplice, concreto, benevolo, facciamo diventare il nostro essere Chiesa splendore di questo inatteso Dio comunione. Dio è Trinità perché impariamo ad amare perché mai, soprattutto nella Chiesa, venga a mancare la misericordia e la tenerezza, perché sempre il nostro linguaggio sia riempito di tenerezza e di bene, perché il nostro giudizio sul mondo sia come quello di Cristo, folle d'amore e di desiderio di salvezza.
don P. Curtaz

martedì 15 aprile 2008

Domenica 20 aprile 2008

V Domenica di Pasqua (Anno A)

Salmo responsoriale (Sal 32)
Volgiti a noi, Signore: in te speriamo
.
Esultate, giusti, nel Signore:
ai retti si addice la lode.
Lodate il Signore con la cetra,
con l'arpa a dieci corde a lui cantate.
Retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama il diritto e la giustizia,
della sua grazia è piena la terra.
Ecco, l'occhio del Signore veglia su chi lo teme,
su chi spera nella sua grazia,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.

Vangelo: Gv 14,1-12
Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l'avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via".
Gli disse Tommaso: "Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?". Gli disse Gesù: "Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre; fin da ora lo conoscete e lo avete veduto".
Gli disse Filippo: "Signore, mostraci il Padre e ci basta". Gli rispose Gesù: "Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è in me compie le sue opere.
Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre".

Il volto dell’altro
“Mostraci il Padre e ci basta”. “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?”. Dopo la risurrezione, nessuno riconosce il Signore, forse proprio perché prima, durante la sua vita terrena, nessuno aveva saputo discernere il suo vero volto. Lo credevano un uomo come gli altri, mentre era l’incarnazione del Bene: “Chi ha visto me ha visto il Padre”.
Come Tommaso, anche noi desideriamo seguire Cristo ma abbiamo paura di non farcela, di doverci inventare la strada. Pensiamo che tutto dipenda da noi e ci ritroviamo incapaci di realizzare il bene che vorremmo. Immaginiamo allora un Dio esigente, a nostra immagine, che ci aspetta al varco per giudicarci. Gli apostoli non conoscono Gesù perché non possono immaginare che ci aspetta sulla strada per aprirci le braccia.
Gesù dice di non turbarci se siamo lontani dalla perfezione che sogniamo: ci sono molti posti nella casa del Padre e la via è aperta, la conosciamo, è inscritta nel profondo del cuore di ognuno, là dove ci lasciamo commuovere dal dolore altrui, dopo aver attraversato e oltrepassato i desideri di vendetta, di paura, di rifiuto dell’altro. Il volto autentico di un essere umano è un mistero che scopriamo non appena crediamo nella presenza del Bene in quella persona, nel momento in cui riconosciamo in essa l’immagine del Padre. Tutto allora si trasfigura, le accuse si dissolvono, il mondo si rivela come il giardino che “Dio vide come buono” agli albori della creazione.
Lo zio che violenta le nipoti, di cui mi hanno or ora parlato al telefono come di un mostro, è probabilmente un disperato, che riproduce, suo malgrado, violenze subite da bambino, di cui non ha forse mai potuto parlare e che comunica come può, attraverso i suoi atti. “Abbiate fede”, dice Gesù, fidatevi, anche quest’uomo è immagine del Padre, anche lui va amato e aiutato senza giudizi perché possa riconoscersi come un dono, come un nuovo volto del Padre e possa abbandonare le sue angosce e smettere di ferire gli altri. Fidiamoci della vita che vuole sgorgare dai nostri cuori induriti dalla paura per raggiungere chi produce del male, perché se commette questi atti negativi, è segno che sta male. Il Risorto c’invita a seguirlo sulla via che porta al Padre, nel giardino dell’amicizia con Dio e con gli altri.
Emmanuelle-Marie

Le nostre domande:
Il volto dell’altro: ci è accaduto di vederci la presenza del Bene, nonostante tutto?
Io, come immagino Dio?

sabato 5 aprile 2008


TESTI DELLA VEGLIA CHE SI E' TENUTA VENERDì 4 APRILE 2008 A BOLOGNA

INTRODUZIONE

Il 4 aprile dello scorso anno un ragazzino di Torino, Matteo, si è ucciso. Era tormentato dai compagni di scuola per la sua, presunta, omosessualità. Un piccolo gruppo cristiano di Firenze organizzò un incontro di preghiera per commemorarlo e per richiamare l’attenzione delle comunità cristiane sulla violenza che nasce dal disprezzo per le diversità. L’iniziativa fu condivisa da altri gruppi cristiani e il 28 giugno 2007 si celebrarono veglie di preghiera in numerose città italiane.

Come gruppo In Cammino aderimmo a questa iniziativa, sentendoci in ciò in comunione con la chiesa cattolica che, nel suo catechismo, condanna ogni violenza.

Avremmo voluto che quella veglia si svolgesse in una parrocchia, ma il clima cittadino anche allora, con la sua rissosità, con l’atteggiamento di sospetto di tutti verso tutti, rischiava di stravolgere le nostre intenzioni.

Provammo quindi ad accogliere l’esortazione di S. Paolo, censurammo anche un gesto lecito, se c’era il rischio che fosse di scandalo ai fratelli.

Ma grazie ad una famiglia amica e a don Giovanni che fece da tramite, ricevemmo il calore di quell’accoglienza su cui avevamo scelto di riflettere.

Anche quest’anno, a Bologna vogliamo ricordare Matteo e ciò che il suo drastico gesto denunciò allora e lo ricordiamo alla vigilia del quarantesimo anniversario della morte di Martin Luther King, il pastore battista che ha pagato con la vita l’impegno per superare il pregiudizio e la paura.

“Io ho sempre davanti a me un sogno … che un giorno questa Nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali (…) e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli esseri viventi, insieme, la vedranno.

E’ questa la nostra speranza” (Martin L. King)

E’ questa anche la nostra speranza: vincere con l’amore i pregiudizi e le discriminazioni che ancora feriscono e creano sofferenze a tanti di noi. Con questo spirito, desideriamo ringraziare Dio per averci creato così come siamo e per averci dato la possibilità di testimoniare il suo Amore nella varietà di relazioni d’amicizia e di amore che ci chiama a vivere.

E’ a Lui che ci rivolgiamo perché consoli tutte le vittime, quando siamo noi e quando sono le nostre; perché perdoni tutte le violenze e le divisioni di cui siamo capaci; perché converta i nostri cuori e ci renda inventori di cammini di riconciliazione e di gesti di pace; perché ci insegni ad accoglierci gli uni gli altri come lui ci accoglie e ci cerca sempre, sia che torniamo laceri e affamati -per avere tutto dissipato- e offendiamo il suo amore aspettandoci solo un posto da servi, sia che gli voltiamo le spalle indispettiti perché il nostro puntiglioso servizio non ci sembra sia stato ben retribuito.

Grazie stasera alla comunità e a ciascuno in essa che ci ha aperto le braccia dell’accoglienza.

Grazie agli amici che hanno accolto il nostro invito e sono qui per condividere questa preghiera, grazie a quelli che non hanno potuto, ma sappiamo esserci uniti.


BOLOGNA, 4 APRILE 2008
Nel 40° anniversario dell'uccisione
di Martin Luther King

"[…] Oggi vi dico, amici, non indulgiamo nella valle della disperazione, anche di fronte alle
difficoltà dell'oggi e di domani, ho ancora un sogno. Ho un sogno…"

(discorso di M.L.Kingdavanti al Lincoln Memorial di Washington, 28.08.1963)


« La pietra scartata è divenuta testata d'angolo» (Sal 117,22)

Veglia di preghiera per ricordare le vittime dell'omofobia
e di ogni discriminazione

"Guarda in alto:
scorgerai un Padre.
Guarda in basso:
vedrai tanti fratelli"

Messaggio introduttivo

I PARTE

Dal Libro della Sapienza (Sap 11.22 – 12,2)

Tutto il mondo davanti a te, come polvere sulla bilancia,
come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra.
Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi,
non guardi ai peccati degli uomini, in vista del pentimento.
Poiché tu ami tutte le cose esistenti
e nulla disprezzi di quanto hai creato;
se avessi odiato qualcosa, non l`avresti neppure creata.
Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi?
O conservarsi se tu non l`avessi chiamata all`esistenza?
Tu risparmi tutte le cose,
perché tutte son tue, Signore, amante della vita,
poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose.
Per questo tu castighi poco alla volta i colpevoli
e li ammonisci ricordando loro i propri peccati,
perché, rinnegata la malvagità, credano in te, Signore.

Atto penitenziale

Razzismo, sessismo, omofobia, sono solo alcune delle forme di
discriminazione xenofobiche che possiamo incontrare ogni giorno attorno a
noi e che portano inevitabilmente all'emarginazione ed alla violenza. Il loro
riconoscimento, però, in ognuno di noi, dovrebbe passare attraverso un
sincero esame di coscienza, dal quale sicuramente possiamo far emergere
almeno una circostanza della nostra vita in cui noi stessi siamo stati,
direttamente o indirettamente, strumento di esclusione o "violenza" nei
confronti di un qualcuno in quel momento ritenuto "scomodo".
A volte non servono gesti eclatanti per fare di un "fratello" un "escluso", e
a volte sono proprio i gesti più semplici e quotidiani i più dolorosi, quelli che
rendono invisibile o "danno per scontata" una realtà che può invece non
esserlo per chi la vive in prima persona. Oppure a volte è proprio la
mancanza di un semplice gesto di umanità ad arrecare cosi tanto dolore,
quella "omissione" per la quale ad ogni confessione chiediamo perdono, ma a
cui, spesso, non diamo nemmeno importanza.
Nei foglietti della veglia possiamo trovare due post-it colorati: scriviamo ora
su uno di essi un episodio ricordato nel nostro piccolo esame di coscienza.
Uno ad uno, poi, ci incamminiamo e lo attacchiamo sulla croce,
riconoscendo che con quel gesto forse abbiamo contribuito anche noi ad
appesantire la croce di qualcuno, e abbiamo cosi ulteriormente appesantito
la croce di colui che si è fatto carico delle sofferenze del mondo, al cui
lamento ci uniamo, come attori e spettatori….

Tornando al nostro posto rimaniamo qualche minuto in silenzio.

Canto: Quando busserò

SALMO 3

Recitato a cori alterni ed intercalato dal canone:

Nada te turbe, nada te espante,
Quien à Dios tiene nada le falta.
Nada te turbe, nada te espante,
Solo Dios basta.

Signore, quanti sono i miei oppressori!
Molti contro di me insorgono.
Molti di me vanno dicendo:
«Neppure Dio lo salva!».

Ma tu, Signore, sei mia difesa,
tu sei mia gloria e sollevi il mio capo.
Al Signore innalzo la mia voce
e mi risponde dal suo monte santo.

Io mi corico e mi addormento,
mi sveglio perché il Signore mi sostiene.
Non temo la moltitudine di genti
che contro di me si accampano.

Sorgi, Signore,
salvami, Dio mio.

Hai colpito sulla guancia i miei nemici,
hai spezzato i denti ai peccatori.
Del Signore è la salvezza:
sul tuo popolo la tua benedizione.

II PARTE

La Santa Collera

Qual è il compito del predicatore oggi? Dovrei rispondere Fede,
Speranza, Carità. Sembra una bella risposta, ma vorrei dire piuttosto:
Coraggio. Ma no, neppure questo è abbastanza provocatorio per
costituire l’intera verità. Il nostro compito oggi è la Temerarietà,
perché ciò di cui noi come Chiesa manchiamo non é certamente né di
psicologia né di letteratura. Quello che a noi manca è una santa
Collera, una santa Collera! La temerarietà che scaturisce dalla
conoscenza di Dio e dell’umanità, la capacità di indignarsi quando la
giustizia giace prostrata sulle strade e quando la menzogna
furoreggia sulla faccia della Terra; una santa collera contro tutto ciò
che nel mondo è ingiusto. La collera contro il saccheggio della Terra
del Signore e la distruzione del mondo di Dio, la collera per
l’indulgenza di tanti verso la Chiesa, che non si avvede di poter
vivere solo grazie alla verità e ignora che la nostra paura sarà la
morte di tutti noi. Quello che ci è necessario è di perseguire senza
sosta quella temerarietà che saprà lanciare la sua sfida e di cercare di
cambiare la storia umana fino a che essa giunga a conformarsi alle
norme del Regno. (Kaj Munk)

Silenzio

SALMO 101 (100)

Recitato a cori alterni ed intercalato dal canone:

Laudate omnes gentes, laudate dominum,
Laudate omnes gentes, laudate dominum.

Amore e giustizia voglio cantare,
voglio cantare inni a te, o Signore.
Agirò con saggezza nella via dell'innocenza:
quando verrai a me?

Camminerò con cuore integro,
dentro la mia casa.
Non sopporterò davanti ai miei occhi
azioni malvage;

detesto chi fa il male,
non mi sarà vicino.
Lontano da me il cuore perverso,
il malvagio non lo voglio conoscere.

Chi calunnia in segreto il suo prossimo
io lo farò perire;
chi ha occhi altezzosi e cuore superbo
non lo potrò sopportare.

I miei occhi sono rivolti ai fedeli del paese
perché restino a me vicino:
chi cammina per la via integra
sarà mio servitore.

Non abiterà nella mia casa,
chi agisce con inganno,
chi dice menzogne non starà alla mia presenza.

Sterminerò ogni mattino
tutti gli empi del paese,
per estirpare dalla città del Signore
quanti operano il male.

Canto al Vangelo: Alleluia, cantate al Signore!

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 7, 36-50)

La peccatrice perdonata

Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del
fariseo e si mise a tavola. Ed ecco una donna, una peccatrice di
quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con
un vasetto di olio profumato; e fermatasi dietro si rannicchiò
piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li
asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio
profumato.
A quella vista il fariseo che l'aveva invitato pensò tra sé. «Se costui
fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo
tocca: è una peccatrice». Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa
da dirti». Ed egli: «Maestro, dì pure». «Un creditore aveva due
debitori: l'uno gli doveva cinquecento denari, l'altro cinquanta.
Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi
dunque di loro lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo
quello a cui ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato
bene». E volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa
donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m'hai dato l'acqua per i
piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha
asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece
da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non
mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di
profumo i piedi. Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti
peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona
poco, ama poco». Poi disse a lei: «Ti sono perdonati i tuoi peccati».
Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è quest'uomo
che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua
fede ti ha salvata; và in pace!».

Meditazione e risonanze

Silenzio

III PARTE
Preghiere libere, intercalate dal canone:

Questa notte non è più notte davanti a te:
il buio come luce risplende.

Il nostro piccolo contributo

"A voi che non contate nulla agli occhi degli uomini, ma che davanti
agli occhi di Dio siete grandi, coraggio! Dio non fa graduatorie. Non
sempre si lascia incantare da chi sa parlare meglio. (..) Non sempre si
fa sedurre dal profumo dell'incenso, più di quanto non si accorga del
tanfo che sale dai sotterranei della storia. (..)
Carissimi, non scrivo per consolarvi. Anche perché so bene quanto
fastidio vi diano le declamazioni di coloro che sentendosi sempre in
dovere di spendere qualche parola con voi, ricorrono ai prontuari dei
più indisponenti fraseggi. Non è di compatimento che avete bisogno.
Prima di tutto, perché il compatimento è una spartizione fittizia del
dolore. Poi, perché vi toglie la fierezza di rimaner soli sulla croce. E
infine, perché rischia di fermarsi alla soglia delle parole. (..) Che
conforto possono recare i luoghi comuni tratti dai repertori della
compassione? Dire che con il vostro dolore contribuite alla salvezza
del mondo, può sembrarvi letteratura consolatoria. (..) Accennarvi
che, in fondo, ognuno si porta dentro il suo carico di dolori e che,
tutto sommato, non siete poi così soli come sempre, potrebbe
accrescere il vostro sdegno. Aggiungere che un giorno sarete
schiodati pure voi dalla croce, può apparire uno scampolo di
quell'eloquenza mistificatoria che non convince nessuno.
Ma dirvi che sulla croce un giorno ci è salito un uomo innocente, e
che sul retro della croce c'è un posto vuoto dove un altro innocente è
chiamato a fare compagnia ai rantoli di Cristo, appartiene al
messaggio inquietante, e pur dolcissimo, che (..) non si può mettere
tra parentesi.
Chiamalo, il tuo Signore: è un nome breve. Non può non sentirti: è
inchiodato appena dietro di te. Forse un giorno quel posto sarà mio.
O lo è già da adesso, ed è solo l'esemplarità del vostro martirio più
grande che me ne rende agevole il tormento." (Don T.Bello)

Riflessione

Mettiamoci quindi sul retro della croce di coloro ai quali pensiamo di avere
fatto volontariamente o involontariamente un torto, o universalmente sul
retro della croce di tutti gli "esclusi" che portano ancora da soli il peso di
quel legno….
Abbiamo ancora un post-it vuoto tra i nostri fogli. Scriviamo su di esso un
gesto di accoglienza, di solidarietà, di amore fraterno che possiamo compiere
al nostro ritorno a casa dopo questa riflessione. Uno ad uno ci
incamminiamo e lo attacchiamo sul retro vuoto della croce. Rimaniamo poi
tutti attorno alla croce e formiamo un cerchio, prendendoci per mano.

Insieme, come fratelli, reciteremo la nostra preghiera al Padre:

Padre Nostro che sei nei cieli…..

Tornando poi al nostro posto, porteremo con noi due post-it, prendendoli a
caso tra quelli che troviamo rispettivamente sul davanti e sul retro della
croce. Portiamo così a casa un'azione da evitare ed una da compiere, perché
almeno nel nostro giardino o sui nostri balconi possano crescere la
tolleranza e la solidarietà e muoia il seme dell'esclusione.

Canto: Chi ci separerà

Benedizione finale:

Il Signore ci benedica e ci protegga, faccia risplendere il suo volto su
di noi e ci doni la sua misericordia, rivolga su di noi il suo sguardo e
ci doni la sua pace, il Signore sia sempre con noi e faccia che noi
siamo sempre con lui.

Canto: Resurrezione

Grazie per aver condiviso la preghiera con noi!

A cura del Gruppo In Cammino (http://gruppoincammino.blogspot.com)
con la collaborazione di Pax Christi Bologna


CANTI

Quando busserò
Quando busserò alla tua porta,
avrò fatto tanta strada;
avrò piedi stanchi e nudi,
avrò mani bianche e pure (2v).
O mio Signore.
Quando busserò alla tua porta,
avrò frutti da portare,
avrò ceste di dolore,
avrò grappoli d’amore (2v).
O mio Signore.
Quando busserò alla tua porta,
avrò amato tanta gente,
avrò amici da ritrovare,
e nemici per cui pregare (2v).
O mio Signore.
Chi ci separerà
Chi ci separerà dal suo amore,
la tribolazione, forse la spada?
Né morte o vita ci separerà
dall'amore in Cristo Signore.
Chi ci separerà dalla sua pace
la persecuzione, forse il dolore?
Nessun potere ci separerà
da Colui che è morto per noi.
Chi ci separerà dalla sua gioia
chi potrà strapparci il suo perdono?
Nessuno al mondo ci allontanerà
dalla vita in Cristo Signore.
Resurrezione
Che gioia ci hai dato, Signore del cielo,
Signore del grande universo.
Che gioia ci hai dato, vestito di luce,
vestito di gloria infinita, vestito di gloria infinita.
Vederti risorto, vederti Signore,
il cuore sta per impazzire.
Tu sei ritornato, tu sei qui tra noi
e adesso ti avremo per sempre
e adesso ti avremo per sempre.
Chi cercate, donne, quaggiù?
Chi cercate, donne quaggiù?
Quello ch'era morto non è qui:
è Risorto! Sì, come aveva detto anche a voi.
Voi gridate a tutti che è risorto Lui,
tutti che è risorto Lui!
Tu hai vinto il mondo, Gesù,
tu hai vinto il mondo, Gesù, liberiamo la felicità.
E la morte, no, non esiste più,
l'hai vinta tu e hai salvato tutti noi, uomini con te,
tutti noi, uomini con te.
Uomini con te, uomini con te.
Che gioia ci hai dato, ti avremo per sempre.

Diversi

No, non è vero che la diversità viene accettata spontaneamente.
Ci sono momenti in cui essa mette a dura prova i nostri nervi,
ci sono frangenti in cui vorremmo annullarla, come d'incanto,
per trovare tutti d'accordo con noi,
con gli stessi gusti e gli stessi desideri.
Tu ci hai fatti diversi: lo vogliamo o no, questa è la realtà.
Una realtà scomoda,
per chi ama troppo l'ordine e la compattezza.
Una realtà colma di ricchezza,
per chi sa apprezzare le risorse in qualunque persona.
Una realtà imbarazzante,
per chi la avverte come un attentato alle sue opinioni, alla sua
personalità.
Una realtà benefica
per chi ama la propria e l'altrui libertà.
Grazie, Signore, per tutte le differenze di pelle, di cultura, di
tradizioni.
Grazie per averci salvati
dall'omologazione e dall'appiattimento,
dalla clonazione e dalla massificazione.
Grazie per tutti quelli che ci obbligano a prendere atto del loro
pensiero,
del loro temperamento, delle loro abitudini
così diversi dai nostri.
( Roberto Laurita )

giovedì 3 aprile 2008



Le città dove, dal 2 al 6 aprile 2008, si veglierà per le vittime dell'omofobia

Active ImageCome cristiani possiamo "rimanere in silenzio” quando tanti uomini e donne soffrono solo perché sono omosessuali? Noi diciamo di no! Ecco perchè dal 2 al 6 aprile 2008 in numerose città italiane, ed in varie parti del mondo, cristiani provenienti da diverse confessioni religiose saranno in veglia insieme con i gruppi di credenti omosessuali per ricordare le vittime dell’omofobia ed infrangere il muro di silenzio e d'imbarazzo che spesso permane nella nostra società, e sopratutto nelle nostre chiese, su questo tema.

Anche quest'anno si rinnova l'invito, espresso da numerosi gruppi di credenti omosessuali italiani, di ricordare con la preghiera le tante vittime della violenza dell'omofobia. Questa volta l'appello è stato raccolto da numerosi gruppi di credenti, omosessuali e non, di 42 città presenti in sette nazioni del mondo che, dal 2 al 6 aprile 2008, veglieranno tutti insieme per ricordare gli uomini e le donne ferite o uccise dalla insensata violenza dell'intolleranza.

Active ImageIn particolare quest'anno questa iniziativa ecumenica avrà luogo nel quarantesimo anniversario della morte di Martin Luther King, il pastore battista che ha pagato con la vita l'impegno per superare il pregiudizio e la paura.
"Io ho sempre davanti a me un sogno", disse in un famoso discorso "che un giorno questa Nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali […] e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli esseri viventi, insieme, la vedranno. E' questa la nostra speranza".

Questa è anche la speranza di questi cristiani che con questo spirito pregheranno "con un cuor solo e un'anima sola", dando vita a tante veglie di preghiera che vogliono infrangere il muro di silenzio e d'imbarazzo che spesso permane, nella nostra società e nelle nostre chiese, su questo tema.

L'iniziativa delle veglie di preghiera partirà da Milano il 2 Aprile 2008, dove avrà luogo la prima Veglia ecumenica, e continuerà nei giorni successivi in tante altre città italiane e estere.
Mercoledì 3 aprile si veglierà a Pinerolo (Torino).
Venerdì 4 aprile vi saranno veglie ecumeniche ad Aosta , Avellino , Como, Cosenza , Cremona, Bassano Del Grappa , Bologna , Firenze , Livorno , Napoli , Padova , Palermo , Rimini , Torino , Trento ed in 6 stati esteri (Argentina, Cile, Irlanda, Perù, Spagna,Venezuela).
Sabato 5 aprile si veglierà a Piombino (Livorno).
Domenica 6 aprile invece numerose comunità cristiane ad Albano Laziale (Rm) , Grosseto , Mestre (Ve) , Roma e Venezia ricorderanno nei loro culti domenicali le vittime dell'omofobia, altre veglie si terranno a Pescara, Gorizia e a Catania e nel pomeriggio a Roma.
Proprio nel cuore della città eterna avrà luogo la veglia conclusiva che unirà nella preghiera i credenti di diverse chiese con i gruppi di credenti omosessuali.

Per maggiori informazioni sulle veglie si può visitare il sito www.gionata.org o inveglia.wordpress.com o scrivere a gionatanews@gmail.comIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

martedì 11 marzo 2008

16 marzo 2008

Domenica delle Palme - anno A
Vangelo: Mt 26,14- 27,66 – nella forma breve: Mt 27,11-54
Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo

…..
Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore l'interrogò dicendo: "Sei tu il re dei Giudei?". Gesù rispose: "Tu lo dici". E mentre lo accusavano i sommi sacerdoti e gli anziani, non rispondeva nulla. Allora Pilato gli disse: "Non senti quante cose attestano contro di te?". Ma Gesù non gli rispose neanche una parola, con grande meraviglia del governatore. Il governatore era solito, per ciascuna festa di Pasqua, rilasciare al popolo un prigioniero, a loro scelta. Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, detto Barabba. Mentre quindi si trovavano riuniti, Pilato disse loro: "Chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù chiamato il Cristo?". Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.
Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: "Non avere a che fare con quel giusto; perché oggi fui molto turbata in sogno, per causa sua". Ma i sommi sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a richiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò: "Chi dei due volete che vi rilasci?". Quelli risposero: "Barabba!". Disse loro Pilato: "Che farò dunque di Gesù chiamato il Cristo?". Tutti gli risposero: "Sia crocifisso!". Ed egli aggiunse: "Ma che male ha fatto?". Essi allora urlarono: "Sia crocifisso!".
Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell'acqua, si lavò le mani davanti alla folla dicendo: "Non sono responsabile di questo sangue; vedetevela voi!". E tutto il popolo rispose: "Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli". Allora rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso.
Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la coorte. Spogliatolo, gli misero addosso un manto scarlatto e, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, con una canna nella destra; poi mentre gli si inginocchiavano davanti, lo schernivano: "Salve, re dei Giudei!". E sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo così schernito, lo spogliarono del mantello, gli fecero indossare i suoi vestiti e lo portarono via per crocifiggerlo. Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a prender su la croce di lui. Giunti a un luogo detto Golgota, che significa luogo del cranio, gli diedero da bere vino mescolato con fiele; ma egli, assaggiatolo, non ne volle bere. Dopo averlo quindi crocifisso, si spartirono le sue vesti tirandole a sorte. E sedutisi, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo, posero la motivazione scritta della sua condanna: "Questi è Gesù, il re dei Giudei".
Insieme con lui furono crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.
E quelli che passavano di là lo insultavano scuotendo il capo e dicendo: "Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!". Anche i sommi sacerdoti con gli scribi e gli anziani lo schernivano: "Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. È il re d'Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo. Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: Sono Figlio di Dio!". Anche i ladroni crocifissi con lui lo oltraggiavano allo stesso modo.
Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: "Elì, Elì, lemà sabactani?", che significa: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: "Costui chiama Elia". E subito uno di loro corse a prendere una spugna e, imbevutala di aceto, la fissò su una canna e così gli dava da bere. Gli altri dicevano: "Lascia, vediamo se viene Elia a salvarlo!". E Gesù, emesso un alto grido, spirò.
Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: "Davvero costui era Figlio di Dio!".
…..

Il potere o l’amore?
Emmanuelle Marie

Gesù entra in Gerusalemme seduto su un asino, simbolo di mitezza. Con un asino, si cammina al passo della gente semplice, non si domina la situazione dall’alto. Il popolo invece desidera l’intronizzazione del suo Messia, figlio di Davide, e lo tratta da re. E’ di nuovo la terza tentazione attraversata dal Signore nel deserto, che lo ha accompagnato per tutta la vita: “Gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: Tutte queste cose io ti darò se, prostrandoti, mi adorerai”.
La nostra ricerca di potere cerca di colmare il baratro di una solitudine senza amore, obbligando l’altro a piegare la testa. L’alternativa infatti è sempre tra amore e paura: “Se non mi vuoi bene, ho paura di te, ma se ti domino, sono io a farmi temere da te”. Gesù invece, figlio di colui che è Amore, non è mai solo, perché è sempre immerso nella tenerezza del Padre che lo spinge verso gli uomini. E’ venuto per servirli, per placare la loro sete, per rassicurarli di fronte alla morte. Non ha bisogno di usurpare il potere di questo mondo. Tuttavia la gente cerca uno che incarni il successo umano, immagine di un potere che permetta di soggiogare l’altro senza fare lo sforzo di aprirsi a lui. Gesù sembra accondiscendere a quel capriccio come se usasse le stesse armi dell’idolo per sconfiggerlo. Appare come un seduttore delle masse. Eppure i giorni seguenti dimostreranno che il giudizio di questo mondo non si gioca sulla seduzione bensì sull’amore, rivelato non in questa festa popolare ma ai piedi della croce. Là resteranno solo alcune donne e un uomo, rimarrà chi ha saputo amare senza frode, chi si apre all’amato senza difese.
Con questo piccolo trionfo dell’ingresso a Gerusalemme Gesù tenta, per un’ultima volta, dopo i numerosi miracoli che avevano suscitato tanto entusiasmo, di persuaderci che ogni potere è caricatura dell’amore. Di quell’amore che squarcia il cuore con una ferita capace di accogliere senza nessuna difesa il bisogno dell’altro. Sotto la croce, Maddalena capisce ciò che il grande Girolamo non riuscirà a cogliere. Pensava di aver dato tutto a Cristo ma il Signore gli disse: “No, non mi hai offerto tutto, non mi hai consegnato i tuoi peccati”. Chi sta ai piedi del Crocifisso invece non ha più bisogno di sedurre Dio con meriti che nutrono solo l’amor proprio, ma sa che l’Amore ci stringe a sé con tutte le nostre rughe, le nostre sporcizie, la nostra nudità.

Il Dio donato
don Paolo Curtaz

Con oggi concludiamo il nostro percorso di quaresima, di deserto, di essenzialità, per entrare nella più importante settimana dell'anno, sconosciuta ai più, gravida di ogni conversione. In questi ultimi sette giorni percorreremo, ora dopo ora, gli ultimi momenti della vita di Gesù. Saremo invitati a partecipare giovedì, venerdì e sabato al solenne Triduo Pasquale, momento in cui la Chiesa quasi si mette da parte, indicando con un dito l'immenso amore di Dio ad ogni uomo assetato di verità e di bene.
Perché Gesù è morto?
Conosco molte persone devote a Gesù in croce e la meditazione della passione, nei secoli, ha suscitato grandi conversioni, profonde riflessioni: nella croce troviamo la rivelazione definitiva ed inequivocabile del vero volto di Dio. Il cuore della riflessione è: perché mai Gesù è morto? Qual è la ragione ultima della morte di Gesù?
I nostri peccati? Una congiura politica? Una tragica incomprensione? Intorno a questa domanda ruota tutta la nostra fede.
Gesù viene a svelare il vero volto di Dio, il volto del Padre. Questo evento è l'ultimo tassello di un'entusiasmante e originale storia d'amore fra Dio e il suo popolo, storia vissuta in prima persona da Israele, tra alti e bassi. Un Dio che si racconta, che entra in relazione, che ama, che sostituisce quell'immagine innata ed oscura della divinità che portiamo nell'inconscio. Questa relazione vive momenti esaltanti (da Abramo, attraverso Mosè e Davide, fino ai Profeti), e momenti deprimenti, caratterizzati dalla fatica dell'uomo a restare fedele all'immagine che Dio svela di sé attraverso i Profeti.
Stanco, Dio diventa uomo. Gesù è il vero volto di Dio, il raccontatore del Padre. Lo racconta con la sua vita, la sua serena parola, le sue vibranti provocazioni. Gesù sceglie (ricordate?) all'inizio della sua missione, nel deserto di Giuda, quale Messia diventare.
Il demonio, con arguto buon senso, lo invita ad usare la forza, lo stupore, il miracolo, l'alleanza col potere, per essere efficace (cfr. Mt 4,1 ss). Ha ragione, in fondo: se Gesù avesse galleggiato nel vuoto sorretto da angeli non sarebbe forse stato riconosciuto come Messia?
Invece no, Gesù sceglie di essere un Messia di basso profilo, un Dio sottotono, mediocre. Non userà la forza, né compirà prodigi eclatanti, non userà le armi della seduzione, rifiuterà i trucchi del politico.
Perché Dio vuole essere amato per ciò che è, perché "è", e non per ciò che dà.
Tutto di Dio, Gesù difende il Padre contro la visione gretta e approssimativa che ne abbiamo. Ma non bastano i miracoli (ambigui), né la tenerezza (fragile), né la predicazione (controversa) degli anni di vita pubblica. Gesù arriva alla fine dei suoi intensi tre anni con un pugno di mosche in mano: l'umanità non ha capito. I suoi discepoli, preziosi e amati, sono fermi alla contraddizione del potere e della gloria e inchiodati al proprio (evidente) limite; i capi religiosi ne avvertono la forza destabilizzante; la folla segue il vento della moda. Gesù non ha alcuna possibilità di farcela, la sua scommessa è persa. Non è servito, non è bastato, non è sufficiente tutto l'amore che ha donato.
Forse aveva ragione l'avversario, là nel deserto: troppo ingenuo questo modo di operare. Davvero Dio pensava di trattare con gli uomini alla pari? Di aprire il loro cuore col sorriso? Di presentarsi vulnerabile? La scelta da fare, ormai, è una sola: andarsene, rinunciare, gettare la spugna. Occuparsi – chissà – di un altro mondo. Oppure...
La scelta
Oppure lasciarsi travolgere, sparire, morire. Lasciare che le tenebre vincano, lasciare che le cose prendano la loro piega, osare. Osare fino a morire appeso ad una croce, fino all'eccesso. Altro è dire: "Dio vi ama!", altro morire. Altro dire: "Il Padre vi perdona!", altro pendere, nudo, da un palo. Una cosa parlare, un'altra morire. Urlando. Una cosa predicare, un'altra vivere fino in fondo ciò che si è predicato.
Capiranno, gli uomini? O Dio sarà uno dei tanti sconfitti della storia, dimenticati? La posta in gioco è immensa: l'esistenza stessa di Dio. Quanti crocefissi sono morti nella storia antica? Cinquecentomila? Un milione? Di quanti di loro ricordiamo il nome e la vita? Di nessuno.
Il rischio che Dio corre in quell'ultimo gesto è quello di scomparire per sempre. L'uomo avrebbe continuato ad immaginarsi Dio con un volto identico ai propri desideri e alle proprie paure. Gesù accetta, rischia, si dona. Forse sarà tutto inutile, come insinua l'avversario nell'orto degli ulivi. Forse. L'agonia di Gesù, nell'orto degli ulivi, l'agonia che lo fa sudare sangue, è tutta lì, in quella scelta. Non nel dolore che Gesù deve affrontare, non nel senso di abbandono da parte dei suoi, no.
Francamente: conosco persone che hanno sofferto molto più e molto più a lungo di Gesù. Io credo che il dolore, inaudito, che Gesù prova, nasca dal dubbio dell'inutilità della sua scelta definitiva. L'avversario, che torna ora che è giunta l'ora, cerca di scoraggiarlo: "è tutto inutile". Inutile: non vedi che ti stanno venendo a prendere per arrestarti? Inutile: i tuoi stanno dormendo, non hanno capito la gravità della situazione. Inutile, l'uomo non cambierà mai.
Gesù accetta, corre il rischio, si dona. Morirà.
Lì, appeso alla croce, Dio è evidente, inequivocabile, non vi è alcuna possibilità di ambiguità. Il cuore della passione di Cristo è l'amore, non la violenza, con buona pace di Mel Gibson e del suo considerevole tentativo di rappresentare la Passione. Gesù muore affidando al Padre il proprio cuore, e donando a noi lo Spirito. Dio è evidente: osteso, mostrato, nudo. Dio è così, amici: arreso. A noi, ora, la prossima mossa.
Il Dio mostrato
Alla fine della sua versione del racconto della Passione di Gesù, Matteo, buon ebreo, ci racconta che il velo del Tempio si squarciò in due, dall'alto verso il basso. Il velo, un grande pezzo di stoffa, impediva l'accesso al Santo dei Santi di Gerusalemme, il luogo dov'era conservata, in passato, l'Arca dell'Alleanza: lì, nel Santo dei Santi, abitava il Dio d'Israele, nascosto allo sguardo degli uomini da questo immenso panno. Il velo, ora, è squarciato: Dio è visibile, si è reso visibile, ha tolto il velo, si è svelato.
Un invito sommesso, a chi legge queste pagine: siateci.
Nella povertà delle nostre assemblee, ritagliando spazio e tempo ai nostri mille pressanti impegni, siateci. Giovedì sera alla Messa che ci ricorda l'istituzione dell'Eucarestia, venerdì nella grande e sofferta celebrazione della Croce, Sabato nella lunga e luminosa notte della Resurrezione. Tre giorni che ci accompagneranno, spero, a ridire la nostra fede, a riscoprire il dono, a cambiare la vita.
Abbiamo il coraggio, in questi giorni, di rimetterci in gioco, di identificarci.

giovedì 21 febbraio 2008

Il cammino quaresimale

Dalla nostra testa ai piedi degli altri
La Quaresima comincia con l’imposizione delle ceneri e finisce la sera del Giovedì Santo, quando comincia il Triduo Pasquale. E la sera del Giovedì Santo come finisce? Con la lavanda ai piedi. Quindi dalla testa ai piedi!
Tutto l’arco quaresimale, tutto l’arco della nostra conversione è compreso in questo tragitto: dalla testa ai piedi. Sembra un cammino abbastanza breve. Dalla testa ai piedi: un metro e mezzo, un metro e ottanta. Ma dalla testa ai piedi è un cammino lunghissimo perché si tratta di partire dalla nostra testa per arrivare ai piedi degli altri e quello è un pellegrinaggio molto lungo.
É compreso tra questi due termini il cammino della nostra vita spirituale. Lo shampoo alla cenere che facciamo il mercoledì delle ceneri, questa cenere leggerissima che scende sul nostro capo, è memoria per noi: «Ricordati che sei polvere e polvere ritornerai». Sono due prediche: la cenere e la lavanda dei piedi. Dalla testa ai piedi quindi. Cenere e acqua... Che sono gli ingredienti con cui si faceva il bucato un tempo. Prima che inventassero tutti i detersivi, si faceva il bucato con la cenere e con l’acqua.
Sono ancora gli ingredienti che dobbiamo chiedere al Signore perché si compia veramente dentro di noi questo lavaggio, questo bucato, questo pentimento e ci venga la voglia di un grande servizio da rendere agli altri. Pentimento e servizio.
Don Tonino Bello, Vescovo

Buon cammino a tutti!

martedì 12 febbraio 2008

2a domenica di Quaresima A



2a domenica di Quaresima A – 17 feb. 2008

Salmo responsoriale (Sal 32)
Donaci, Signore, la tua grazia: in te speriamo.
Retta è la parola del Signore

e fedele ogni sua opera.
Egli ama il diritto e la giustizia,
della sua grazia è piena la terra.
Ecco, l'occhio del Signore veglia su chi lo teme,
su chi spera nella sua grazia,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.
L'anima nostra attende il Signore,
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Signore, sia su di noi la tua grazia,
perché in te speriamo

Vangelo: Mt 17,1-9
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: "Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia". Egli stava ancora parlando quando una nube luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo".
All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: "Alzatevi e non temete". Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo.
E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: "Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti".

Saper scoprire il vero volto dell’altro
Un uomo come tutti, cresciuto come i tanti bambini di Nazaret. A trent’anni, predicatore affascinante, capace di attirare le folle a Dio, senza ricorrere ai lunghi discorsi dei sacerdoti e dei maestri della legge; un uomo singolare sì, ma pur sempre uomo come gli altri. Abile nell’operare guarigioni, come molti del resto. Dove stava dunque la novità? Un giorno, condusse tre dei suoi in disparte e “fu trasfigurato davanti a loro”, ai loro occhi cambiò aspetto. I tre apostoli ne rimasero sconvolti, avrebbero voluto prolungare all’infinito quell’istante, benchè non capissero nulla di ciò che succedeva: era lui o non era lui? Un’atmosfera diversa li aveva avvolti, una specie di cielo in terra in cui percepivano addirittura una voce. Poi tutto ritornò come prima, il Maestro ridiventò ciò che era sempre stato, nient’altro che un uomo. Poco tempo dopo sarà proprio lo stesso uomo a morire, coperto di sangue, di fango, sfigurato … altro che trasfigurato! In seguito una donna, Maria Maddalena, lo incontrerà vivo senza poterlo riconoscere, tanto i suoi lineamenti avevano “cambiato aspetto”, mentre la sera di quello stesso giorno due discepoli cammineranno con lui senza identificarlo, quasi fosse divenuto uno sconosciuto. La trasfigurazione prefigura il mistero della risurrezione: è sempre lui, ma ha cambiato aspetto. O forse sono i nostri occhi ad essere incapaci di riconoscerlo perché accecati dall’esteriorità, dall’immediatezza più banale.
Un barbone è stato ignorato da tutti finchè qualcuno non ha scoperto, sotto quegli stracci, un noto chirurgo responsabile involontario della morte di una paziente. E quel volto, invece, chi nasconderà? Un’immagine unica e irripetibile di Dio, in attesa forse che uno sguardo attento e benevolo gliela riveli. Uno sguardo può cambiare anche la vita più disastrata. Una giovane chiudeva ogni sua giornata in discoteca, ubriacandosi per prostituirsi e ubriacandosi ancora per dimenticare la vergogna. Attraverso l’amicizia e la costante fiducia di un amico cominciò a credere nel suo reale valore. Più tardi fu proprio lei a scoprire la profondità di un cuore umano dietro il viso sfigurato di una ragazza che stava morendo di Aids e a rivelarle la sua bellezza.
Emmanuelle-Marie

La mèta
don Paolo Curtaz
Siamo partiti per un cammino di quaranta giorni di essenzialità.
Quaranta giorni alla sequela del Maestro Gesù che, nel deserto, sceglie un messianismo di basso profilo, di relazione, di profezia, rifuggendo la tentazione di una religiosità urlata e chiassosa. Quaranta giorni per convertirci alla gioia Pasquale, per lasciar crescere in noi la tenerezza del volto di Dio, per imparare o re-imparare cosa ci è davvero necessario. Digiuno dal caos e dalla rabbia, preghiera quotidiana basata sulla Parola ed elemosina per aprire il cuore (e il portafoglio) ai fratelli che camminano con noi e che vivono nella povertà, sono le tre strade che siamo invitati a precorrere per tornare all'essenziale.
Lungo come una Quaresima.
Nella simpatica e luminosa coscienza cristiana del passato, questa frase sintetizza bene l'atteggiamento di insofferenza verso questo tempo liturgico che ci appare come un'imposizione di (inutili) sacrifici e desueti fioretti per mortificare il corpo. Al contrario, la Quaresima autentica non mortifica, vivifica, sapendo bene che la vita interiore è lotta radicale contro l'aspetto tenebroso della nostra coscienza e che non basta rinunciare ai dolci per convertire il cuore.
Ben più radicale è l'atteggiamento che il Maestro oggi ci chiede, non subire una serie di privazioni che ci siamo imposti, ma scegliere di scegliere, spalancare il cuore all'amore di Dio, salire sul Tabor. "La bellezza salverà il mondo", l'affermazione, contenuta in uno dei romanzi dello scrittore russo Fedor Dostojewski, ci introduce benissimo a questa inusuale seconda domenica di Quaresima. Vangelo poco "mortificato" e penitenziale quello che ogni anno la liturgia (saggiamente) ci propone, quasi a soffocare sul nascere la triste consuetudine cattolica di essere tristi, specialmente quando si parla di Dio. Sbagliato: quando si parte nel deserto il cuore è allegro, perché alla fine saremo liberati da Faraone e dal suo esercito. Quando si sale sulla montagna, malgrado la fatica, ciò che ci spinge a salire è la gioia che proveremo nello spaziare con lo sguardo oltre le cime.
Tabor
Pietro e gli altri sono esterrefatti da quanto accade: Gesù maestro, profeta affascinante, si rivela per quello che è; ed è un'esperienza travolgente, di bellezza sconfinata. Quanto dobbiamo recuperare questa dimensione della bellezza nella nostra vita cristiana!
Gli apostoli, inaspettatamente, si ritrovano a contemplare Gesù di Nazareth che si rivela loro nella sua forma più autentica di Figlio di Dio. Sembra quasi un'anticipazione della Resurrezione che, forse, nell'intento del Signore, serviva a dare agli ignari apostoli quel po' di coraggio necessario per affrontare il grande scandalo della croce. Alla fine della trasfigurazione gli apostoli non vedono che "Gesù solo". Certo: il momento in cui raggiungiamo attraverso la preghiera e la contemplazione il volto di Gesù Risorto, vivo qui e adesso, e ci troviamo davvero scossi e scombussolati da una tale manifestazione, non vediamo che Gesù solo. Solo lui nelle nostre scelte, nei nostri fratelli, nelle nostre giornate.
Più volte lo abbiamo detto e ancora lo ripetiamo: la fede non è semplice adesione intellettuale, è coinvolgimento radicale, esperienza misteriosa di questo Dio che è altro da noi (non sentimento, non impressione, non scelta ma manifestazione).
Di questa esperienza i cristiani parlano, a questa esperienza vogliono condurre nel misterioso intreccio delle libertà (mia e di Dio) ogni fratello che si lascia avvicinare dal Vangelo. Nessuna apparizione, per carità (Dio vi preservi dalle apparizioni!) ma la semplice possibilità di fare esperienza interiore tangibile ed inequivocabile della bellezza di Dio.
Pietro Giacomo e Giovanni, da ora in avanti, avranno sempre e per sempre impresso quel volto trasfigurato, quel Dio ora chiaramente leggibile nella natura più profonda.
E' questa forte esperienza che manca, spesse volte alla nostra tiepida fede. Perciò molti vivono la fede come scelta necessaria, doverosa, utile anche se immensamente noiosa. Senza Tabor, il cristianesimo manca della sua dimensione essenziale: la bellezza di Dio.
Il Dio bellissimo
Sapete perché sono prete, amici? Perché non ho trovato nulla di più bello di Cristo.
Dovremo forse ricuperare questo aspetto nella nostra vita cristiana, ripartire dalla bellezza. Le nostre periferie sono orrende, orrende le città, orribili le finte-vacanze che ci vengono proposte in mezzo a finti paesaggi immacolati. Orribile il linguaggio e le persone che ci raggiungono dal mondo della politica e dello spettacolo. Abbiamo urgente bisogno di bellezza, della bellezza di Dio che è verità e bene e bontà. Non è forse questa la fragilità della nostra fede contemporanea? Non è forse questa la ragione di tanta tiepidezza della nostra comunità? Non abbiamo forse smarrito la bellezza nel raccontare la fede? Nel celebrare il Risorto? E' noioso credere. E' giusto – certo – ma immensamente noioso. Il Vangelo di oggi ci dice, al contrario, che credere può essere splendido. Varrebbe la pena di ricuperare il senso dello stupore e della bellezza, l'ascolto dell'interiorità che ci porta in alto, sul monte, a fissare lo sguardo su Cristo. Facciamo delle nostre messe dei luoghi di bellezza: il silenzio, il canto, la fede, il luogo in cui preghiamo, può riportare un briciolo di bellezza nella nostra quotidianità.
Ma questa inaudita e straordinaria esperienza, ci ammonisce Paolo scrivendo a Timoteo, non è merito nostro o nostra conquista: è dono totale e gratuito di Dio che ci "dona ogni cosa" nel suo figlio Gesù. Fidiamoci, partendo, come Abramo che segue l'invito di un Dio di cui non sa nulla. Partire significa credere in questo Dio di cui mi fido e che mi invita a compiere gesti che a volte non capisco in profondità, rinunciando ai miei progetti per accogliere il suo Progetto.
É il salto della fede, il fidarsi ciecamente di qualcuno su cui ho scommesso tutto. Abramo non capisce, stenta, tentenna, obbietta. Ma si fida.
E questo fidarsi, dura prova nella sua vita, lo fa morire ai suoi progetti per diventare, secondo la promessa, padre di una moltitudine: i credenti, appunto, che, dopo di lui, rifanno questo percorso di fiducia per arrivare fino a Dio. Tabor, quindi, come meta della nostra Quaresima. Per non vedere che "Gesù solo" occorre fidarsi come Abramo, rinunciando al proprio egoismo, salire (faticosamente!) dietro al Maestro per riconoscerlo come Messia. Questa mortificazione-vivificazione ha in gioco la presenza stessa di Dio!
Ripartiamo dalla bellezza, amici.

La nostra domanda: “Il vero volto dell’altro: riesco a vedere oltre l’apparenza?”