Dal libro della Sapienza 11,22-12,2

Tutto il mondo davanti a te, come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra. Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi, non guardi ai peccati degli uomini, in vista del pentimento. Poiché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l'avresti neppure creata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi? O conservarsi se tu non l'avessi chiamata all'esistenza? Tu risparmi tutte le cose, perché tutte son tue, Signore, amante della vita, poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose. Per questo tu castighi poco alla volta i colpevoli e li ammonisci ricordando loro i propri peccati, perché, rinnegata la malvagità, credano in te, Signore.
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mercoledì 12 maggio 2010

Ascensione del Signore – anno C - 16 mag. 2010

Voi siete testimoni
Lc 24, 46-53
“Così sta scritto: il Cristo doveva patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati … di questo voi siete testimoni”. Testimoni della risurrezione dunque? Certo, ma non solo, anche e soprattutto del perdono dei peccati! Gesù poi promette di mandare sugli apostoli il suo Spirito, di cui sappiamo (cf. Gv 20,22-23) che è il dono perfetto del Padre, il “Per-dono”, colui che dà il potere di rimettere i peccati.
Solo dopo questa promessa Cristo “si stacca” dai suoi, benedicendoli, come per confermare la nuova creazione che sta compiendo. Dio infatti, fin dalla prima pagina della Genesi (Gn 1,28) aveva benedetto l’uomo e la donna, rendendoli così fecondi, capaci cioè di collaborare all’opera della creazione. Il Risorto ricrea l’uomo facendolo nascere alla vita divina capace di trasformare il male in Bene con il perdono, e lo benedice per dargli la sua stessa capacità di perdonare e per renderlo collaboratore anche di questa ri-creazione.
Perché allora continuiamo così facilmente a vergognarci dei nostri peccati, a giudicare quelli degli altri e a temere il giudizio di Dio? Il Figlio è venuto, è morto ed è risorto proprio per dimostrarci che lo Spirito che anima Dio – se si può usare questa metafora – è perdono. Il buon ladrone ci ha creduto, ed è l’unico uomo ad essere canonizzato da vivo: “Stasera sarai con me in paradiso”. Se siamo testimoni di Cristo, lo siamo attraverso la nostra capacità di perdonare fino a poter dire a chi ci offende: sei con me nel paradiso del mio cuore profondo, ove il Padre mi accoglie con te senza giudicare né te né me. Lasciandoci eredi e testimoni del suo perdono, Cristo ha cambiato il senso della storia: l’uomo può uscire dal meccanismo della vendetta e della paura perché la morte, conseguenza del peccato, è vinta. Egli se ne va e i discepoli restano “pieni di gioia”.
Il suo ritorno al Padre è un messaggio che invita i suoi a non rimanere con lo sguardo fissato al cielo, o a lui, con nostalgia, dimenticando che tutta la vicenda è stata un invito continuo a fare il bene concreto, possibile in questa vita, a guardare “oltre”, a compiere le sue opere “e anche di più grandi” (cf. Gv 14,12).
Il vero Maestro è quello che sa scomparire lasciando che gli altri, con ciò che hanno imparato da lui, percorrano la loro strada. Prologo dunque, non epilogo.
E.Marie

mercoledì 21 aprile 2010

IV domenica di Pasqua C - 25/04/2010

Gv 10,27-30
Com’è difficile fidarsi!
“Le mie pecore non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano”. Perché allora tanto timore? Attraversando la strada in una grande città, avevo paura, mi sentivo piccola ancora, avevo forse dodici anni. Tenevo per mano una bambina di quattro anni. In mezzo all’intenso traffico molto rapido, sentii la mano della piccola stringere più forte la mia. “Hai paura?” chiesi. Con un riso nella voce mi rispose: “No, perché tu sei grande!”.
Potessimo stringere così la mano del Risorto e sapere che è forte, che nella sua mano non temiamo niente! Allora ascolteremmo la sua voce, ci fideremmo e chiuderemmo gli orecchi alle sirene che sussurrano altri messaggi. Il bambino si fida perché ancora non è stato deluso. L’adolescente, l’adulto non si fidano, sia perché sono stati troppo ingannati, sia perché credono di sapere meglio degli altri. Ricominciano la storia di Adamo che ha voluto conoscere il bene e il male secondo i suoi criteri, così ciò che pensava essere un bene è risultato un male. Questo è il peccato. Per uscirne non bisogna più pretendere di saper discernere tra bene e male, ma vivere tutto nelle mani di colui che è il Bene, che permette solo ciò che contiene già in sé un bene maggiore (cf. Rm 8,28). La Vita non delude. Cristo si è fidato di Dio contro ogni apparenza, riuscendo a dire nelle angosce della morte: “Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito”, ed è risorto.
Siamo come dei bambini impauriti dal traffico micidiale della vita, che non sanno stringere la mano di colui che ha vinto il male. La morte infame di Gesù sulla Croce, che sembra un male irreparabile, è risultata il bene più grande per lui e per l’umanità, perché la sua fede nella vittoria dell’amore era talmente forte da sconfiggere tutte le dinamiche negative di cui era il bersaglio. E’ risorto. Nessuno ha potuto rapirlo dalla mano del Padre. Ora è una cosa sola con il Padre, come anche noi siamo chiamati ad esserlo. Smettiamola di vivere senza “ascoltare la sua voce” che ci rivelerebbe, dietro le situazioni più negative, il bene offerto; allora il male sarà sconfitto un passo dopo l’altro nella nostra vita. Il Padre non toglierà la sofferenza, come non ne ha dispensato suo Figlio, ma la trasformerà in dolori del parto per una vita rigenerata, nuova, risorta. Fidiamoci, proviamo a credere che egli ha vinto la morte e che nessuno può rapirci dalla sua mano.
E.Marie

mercoledì 17 marzo 2010

V domenica di Quaresima C

Tu, che ne dici?
Gv 8, 1-11
“Mosè ci ha comandato di lapidare le donne adultere, tu che ne dici?”. Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. L’accusato dunque, non è tanto la donna, quanto Gesù stesso. Chi accusa è sempre dalla parte di Satana, che in ebraico significa appunto l’accusatore, mentre lo Spirito Santo, quello di Cristo, è invece l’avvocato difensore, in greco il Paraclito. Non a caso l’evangelista dice che Gesù ha appena trascorso la notte sul monte degli Ulivi, al Getsemani, “l’orto dell’olio”, dove il Salvatore patirà la sua agonia. L’ulivo – simbolo di pace – produce l’olio, figura dello Spirito, balsamo di perdono che risana le piaghe delle colpe: “Ricevete lo Spirito Santo – dirà il Risorto - ; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi” (Gv 20,22-23).
Spesso l’uomo vive nella paura dello sguardo altrui, in un’atmosfera di accusa che genera intollerabili sensi di colpa. Come uscirne se non ribaltando su un altro la responsabilità, fingendo così di esserne immune? Occorre allora trovare un capro espiatorio, spesso una persona troppo debole per rilanciare apertamente a sua volta la colpa su altri. E’ l’origine di tutte le violenze.
In questo vangelo la donna adultera entra in questo ruolo; Gesù invece rompe il meccanismo, ribaltandone la logica: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. Si pone dunque dalla parte dell’accusata e invita gli accusatori a entrare anche loro nella dimensione della misericordia. Non accusa nessuno, anzi, scrivendo per terra non guarda i loro volti, disinnescando così la paura dello sguardo altrui; li lascia andare via tutti. Ognuno sceglierà la sua strada: restare sotto l’occhio impaurito della propria coscienza o entrare nella luce della misericordia.
“Nessuno ti ha condannata? Neanch’io ti condanno, và e non peccare più”. Non giudica, ma rimanda ciascuno alla propria libertà. I peccati, come i segni che Gesù traccia nella sabbia, sono cancellabili con il perdono. “Il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio” (Gc 2,13).
E’ facile puntare il dito, anche su chi oggettivamente ha compiuto il male. Ma a che serve? In Africa si dice che chi punta l’indice si deve ricordare che tre delle sue dita sono rivolte verso di lui.
E.Marie

giovedì 18 febbraio 2010

21 febbraio 2010 - 1a domenica di Quaresima C

Pane e giochi (Lc 4,1-13)
Dio non è come gli imperatori romani che addormentavano il popolo dandogli pane e giochi. Ci chiede invece di collaborare alla sua creazione, lavorando per portarla a compimento, e di completare ciò che manca alla passione di suo Figlio (cf. Col 2,24), lottando per trasformare il male in una dinamica di vita.
La tentazione fa parte di questo duplice compito lasciato all’umanità. L’uomo ha bisogno di essere messo alla prova (tale è il senso della parola “tentazione” in ebraico come in greco) per diventare se stesso. Se non dovesse lottare contro gli ostacoli, non crescerebbe mai, resterebbe là dov’è senza desiderare altro. Uno dei drammi della società opulenta non è forse quello di generare figli senza difese, proprio perché provvisti di tutto? “I miei non mi hanno fatto mancare niente, prima che potessi desiderare qualche cosa, già lo avevo”, diceva un giovane teppista.
Il male fa parte della vita, come l’ombra risponde alla luce. Il sogno di onnipotenza che pensa di colmare il vuoto inerente alla condizione di creatura con qualsiasi mezzo, dal denaro al sesso, dalla droga alla bulimia, è invece l’infantile rifiuto di crescere, di assumersi le proprie responsabilità. “L’uomo - come risponde Gesù al tentatore – non si nutre solo di pane”, ha bisogno di entrare in contatto con il proprio vuoto per trovare la sua dignità nel perseguire il bene, collaborando con il Creatore. Nel Padre nostro Gesù c’invita a chiedere al Padre di non farci entrare nella tentazione, cioè di non patteggiare con il tentatore, di non lasciarci ingabbiare dall’inganno; tuttavia non elimina certo la prova necessaria che lui stesso ha attraversato, come preparazione al suo ministero di salvezza.
Dopo la tentazione dell’onnipotenza, viene quella di un potere usurpato a Dio, prostituendosi a un idolo, cioè a qualsiasi persona o traguardo che si pone al posto del sommo Bene, dal quale si attende tutto. L’unico potere reale invece è la vittoria sul male, data a chi rimane con il Signore. Infatti, secondo il testo greco (che traduce il versetto del Deuteronomio citato da Gesù) la parola “servirlo” è tradotta con due verbi, di cui uno significa: “essere unito con”. Il servo, nella società ebraica, era l’alter ego del padrone. Gesù completerà questo concetto quando dirà: “Non vi chiamo più servi ma amici” (cf. Gv 15,15). Ora l’amico non tenta l’Amico, gli restituisce invece tutto quello che gli appartiene, senza volersene impadronire.
L’ultima tentazione è quella di risolvere i problemi della vita con prestazioni miracolistiche attraverso le quali Dio diventerebbe strumento della gloria umana. E’ quella della seduzione per giungere ai propri fini, persino con una preghiera magica, che pretende di piegare la realtà al proprio volere, mentre le leggi del creato sono lo spazio dove l’uomo trova la sua vera dignità, quella di figlio prediletto, al punto che gli angeli lo servono.
E.Marie

venerdì 15 gennaio 2010

2a domenica t. o. C - 17 genn 2010

Lasciamo sgorgare la vita
(Gv 2,1-12)
“Non hanno più vino”: hanno perso il senso della vita, la gioia di vivere. Il vino dà colore e calore, allegria e sentimento. Perché? Chi gliel’ha rubato? Nella Bibbia il vino è simbolo dello Spirito che inebria, perché toglieva il velo che nascondeva l’altra realtà, quella divina, persa da Adamo. “Non hanno più vino”, dice Maria, pur sapendo che la sua richiesta avrebbe portato Gesù lontano da lei. Era come buttarlo fuori casa. Sapeva, perché conosceva le Scritture, specie le profezie d’Isaia sul Servo sofferente, che innescava un processo di sofferenza e di morte crudele per questo figlio adorabile. Sapeva, eppure l’ha fatto. Inebriata dallo Spirito, ha scelto la realizzazione del figlio anziché la propria serenità. Non l’aveva cresciuto per se stessa. C’era stato quell’episodio di lui adolescente rimasto a Gerusalemme: “Perché ci hai fatto questo?”, gli aveva chiesto. E lui, nella gioia della sua giovane presa di coscienza, aveva risposto che doveva occuparsi delle cose del Padre, non più di loro, suoi genitori, ma del senso della sua vita. Doveva pensare a diffondere il bene tra gli uomini. Per questo era venuto nel mondo. E oggi lei se ne ricordava e lo aiutava a imboccare quella strada verso il Padre, fonte del bene.
Maria toccava con mano la tristezza di chi si sente derubato, inferiore, di chi ha perso il vino della vita. E sapeva che Gesù possedeva quel vino dello Spirito che inebria i cuori d’amore e di vita e che lui doveva riversare in abbondanza perché gli uomini ne avessero in pienezza. Quale capacità di ascolto ha avuto Maria per potersi liberare dagli schemi del suo ambiente e anticipare così l’”ora” del Figlio! Sartre ha scritto: “Tutte le madri si fermano a volte di fronte a quel frammento ribelle della loro carne che è il proprio figlio, si sentono in esilio di fronte a questa vita nuova, fatta della loro vita e visitata da pensieri estranei ai loro. Ma nessun figlio è stato più crudelmente e rapidamente rapito alla madre, perché lui è Dio e oltrepassa in tutto ciò che lei può immaginare”.
“Non hanno più vino”. Gesù sembra risponderle male, ma lei non si offende: “Fate tutto ciò che vi dirà”, fidatevi, anche se sembra assurdo riempire d’acqua delle giare enormi. L’ascolto, il dialogo incoraggiano l’altro a divenire se stesso, anche se si rivela molto diverso da ciò che sembrava; la vita può allora sgorgare abbondante. Molti ne riceveranno beneficio.
E.Marie

venerdì 11 dicembre 2009

3a Domenica d’Avvento C – 13 dic. 2009

Che cosa dobbiamo fare?
(Lc 3, 10-18)
“Che cosa dobbiamo fare per essere salvati?” domandava la gente a Giovanni. Che fare per essere al sicuro, amati, onnipotenti, immortali? Un gesto magico, come immergersi nel Giordano? Entrare a far parte di una sètta? Delegare al gruppo, al movimento, alla comunità la propria libertà? Le risposte di Giovanni rimandano invece alle responsabilità più quotidiane: condividere con chi non ha, non esigere più del dovuto, non usare la forza per prevaricare.
“Non temere, non lasciarti cadere le braccia” (Sof 3,16), perché la salvezza è vicina, è presente nella normalità. Condividere è instaurare un rapporto di pace, perché è radicare la propria identità nella fratellanza. Se mi riconosco figlio di Dio, figlio del Bene, scopro che l’altro, anche il più disprezzato, mi è affidato come gli sono affidato dal Padre, da cui entrambi riceviamo l’esistenza. “Come non invitare la domenica a pranzo il marocchino che vedo ogni giorno aspettare chi comprerà i suoi articoli e con il quale ho preso l’abitudine di scambiare due parole? E’ solo!”, mi diceva una madre di famiglia.
“Non lasciarti prendere dall’inquietudine” (Fil 4,6), non essere in pensiero per la tua vita. A pubblicani, ladri e corrotti – oggi a tutti noi, tentati di fare il nostro comodo a spese degli altri – Giovanni chiede di fare bene il proprio lavoro, senza esigere più del giusto, senza instaurare un rapporto di sopruso, generatore di paura e di violenza. Ai soldati, rappresentanti della legge – oggi a chi ha un ruolo di potere o di controllo – è raccomandato di usare il loro potere per mantenere la giustizia, non per schiacciare il debole. A tutti è detto che il Signore è presente, che “è un salvatore potente, capace di rinnovarci con il suo amore” (Sof 3,17). Perché preoccuparsi? “In ogni necessità esponiamo a Dio le nostre richieste e la sua pace custodirà la nostra affettività, i nostri pensieri in Cristo” (Fil 4,7), che ci restituisce la nostra dignità, la nostra identità di figli creati a somiglianza del Padre, sorgente dell’Amore.
Giovanni applicava a Gesù le solite immagini di un Dio giustiziere, che incuteva paura. Non sapeva che il Messia era alla ricerca della pecora perduta, che era venuto a salvare ciò che agli occhi del mondo non vale nulla. Cristo viene oggi per immergerci nel suo Spirito di perdono, nel fuoco dell’Amore che il Padre riversa sull’umanità per farci entrare nel suo progetto di felicità per tutti. Vogliamo la pace? Condividiamo!
Em.Marie

mercoledì 25 novembre 2009

Domenica 29 nov 2009 - 1a Avvento C

La vostra liberazione è vicina
Lc 21, 25-28, 34-36
“Alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”. La prima liberazione da cui dipendono le altre è certamente quella dallo sguardo altrui di fronte al quale ci pieghiamo e che impedisce la nascita del nostro essere vero. L’Avvento è il tempo del sogno che si avvera attraverso la venuta del Bene – di Dio fatto uomo – in mezzo a noi.
Quale idea abbiamo della venuta del Signore? Lo aspettiamo con le paure legate a una fine del mondo terrificante? Il Signore viene, il Bene viene e noi siamo impauriti come il bambino che, per essere stato cattivo, teme il ritorno del padre. Attendiamo invece la vittoria del Bene sul male, anche sul nostro male, sulle reazioni che ci sfuggono di mano e che non riconosciamo come nostre.
“Gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra”: chi muore dalla paura non sa ancora che il Signore non è venuto per condannare il mondo ma per salvarlo. La paura è stata sconfitta! Cristo ha preso la nostra carne “per ridurre all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano tenuti in schiavitù per tutta la vita” (Eb 2,14-15). Aspettare il ritorno di Cristo è fare spazio alla vita, al di là della paura del cambiamento: le potenze dei cieli potranno anche essere sconvolte, nasceranno cieli nuovi!
Temiamo il cambiamento dimenticando che la vita stessa è cambiamento. E’ successo a Roma, alcuni anni fa, che bambini considerati irrecuperabili, destinati all’orfanotrofio per evitare cambiamenti pericolosi per la loro psicolabilità, hanno poi potuto seguire la scuola come gli altri perché una suora coraggiosa aveva osato rischiare l’affidamento familiare nonostante il verdetto medico. La liberazione è vicina per chi accoglie la Vita, quella forza che dissesterà le false tranquillità ma restituirà il senso, il colore, la passione. Più ci lasceremo invadere dalle preoccupazioni più crescerà la morte attorno a noi, perché ostacoleremo gli sconvolgimenti propri della vita. I divertimenti della nostra società dei consumi, le sue infinite ubriachezze con il loro corteo di ansie, di cupidigie mai soddisfatte, sono il laccio che soffoca il mondo. Vegliamo dunque, restiamo svegli per cogliere dietro ogni avvenimento la vita che si offre.
“Il Signore realizzerà la promessa di bene che ha fatto” (Ger 33,14).
Em.Marie

mercoledì 21 ottobre 2009

Domenica 25 ottobre 2009

Occhi per vedere
da Mc 10,46-52
Gesù, circondato dalla folla, esce da Gerico e un mendicante, Bartimeo, disturba, con le sue grida, il corteo che accompagna il Maestro. Come nelle nostre chiese, quando un barbone, sfuggendo al controllo del sacrestano, mette lo scompiglio durante la liturgia. Mentre i discepoli provano a far tacere il povero seduto sul ciglio della strada, il Signore si ferma. Lo ha chiamato: “Figlio di Davide”, figlio di quel re che aveva vietato l’ingresso al tempio proprio ai ciechi. E’ escluso dalla folla, che può camminare con Gesù, è scartato dal popolo eletto, perché non può praticare il culto al tempio, è al bando perché è mendicante. Implora: “Figlio di Davide, abbi pietà di me”, come se fosse sicuro che Gesù può riammetterlo nella comunità del popolo eletto. Il Signore sente nel più profondo del suo cuore che le parole di quel cieco, alle quali nessuno presta attenzione, incontrano il desiderio del Padre di entrare in relazione con l’uomo.
Tutto è messaggio di un oltre per chi ha occhi per vedere. Anche il barbone che si avventura a chiedere l’elemosina in chiesa è segno di una vita relazionale mancata. “Avrei tanto bisogno d’incontrare uno sguardo amico”, diceva uno di loro. I discepoli di Gesù non colgono la fede che le grida di Bartimeo rivelano, mentre il Maestro percepisce in quest’uomo una forte sintonia con la sua missione, che consiste nel rivelare l’amore del Padre per ogni uomo. I discepoli sono orgogliosi di essere visti con il Rabbi osannato. Sono ciechi, non vedono che Bartimeo, attraverso la sua fede, è l’unico a entrare in relazione con il Messia, perché crede nella sua missione.
Il Signore lo fa chiamare. Il mendicante ripone una tale fiducia nel Signore che lascia l’unico suo bene: il mantello che era per lui letto, coperta, tutto. Abbandona tutto quello che possiede, perché si sente chiamato da colui nel quale ha riposto tutta la sua fede. “Che vuoi che io ti faccia?”, gli chiede il Signore. Eppure tutti sanno che è cieco, sembra ovvio che voglia essere guarito. Gesù cerca la relazione nella quale ognuno può riconoscersi per quello che è, nella quale Bartimeo potrà esprimere la sua cecità e la sua fede nel Creatore all’opera in Gesù. Non scatta il miracolo magico bensì la potenza della fiducia: “Và, la tua fede ti ha salvato”.

E.Marie

venerdì 17 aprile 2009

II^ domenica di Pasqua B

Nessuno escluso
Gv 20, 19-31
E’ scesa la notte, hanno sprangato la porta e all’improvviso giunge Gesù che si “ferma in mezzo a loro”. Nel buio della tristezza, nella paura delle situazioni problematiche, nel terrore di fronte a chi può farci del male, nel senso di colpa per aver tradito il Signore, il Risorto si rende presente.
Pensiamo spontaneamente che dobbiamo essere in regola per trovare Cristo, mentre egli ha ripetutamente dimostrato di essere venuto non per i giusti ma per i peccatori, non per chi sta bene ma per chi sta male. Nessuno è escluso dalla salvezza. Tommaso era assente, era fuori dell’assemblea degli apostoli, fuori della piccola chiesa riunita nel cenacolo, eppure riceve come gli altri il dono dello Spirito fatto una settimana prima. La dinamica divina sconvolge sempre i ragionamenti umani sulla giustizia. Gli ultimi sono i primi, l’apostolo fuggitivo, colui che gli altri forse accusavano di mancanza di solidarietà, d’infedeltà, proprio lui può toccare con mano le piaghe del Maestro. Proprio lui è invitato a gesti di familiarità sul corpo del Risorto che gli altri hanno solo guardato, probabilmente con venerazione, ma certamente non con la libertà di Tommaso. E’ come se Gesù gli dicesse: “Puoi diventare uomo di fede, perché porto i segni del tuo male. Non volevi una fede astratta, volevi toccare con mano, ebbene avevi ragione. Eri malato di sfiducia, ma hai cominciato il cammino verso la guarigione quando hai immaginato di poter mettere il tuo dito nel posto dei chiodi, come un paziente accelera il suo ristabilimento se crede di poter uscire dalla malattia. Credere è già guarire. Ora, puoi diventare credente”.
Tommaso riassume in sé i nostri dubbi, gli ateismi di coloro che non hanno ancora ricevuto il dono della fede. Se non vede, non può credere. Non ha colpa, ancora non ha ricevuto lo Spirito. Forse abbiamo, anche noi, vissuto a lungo con Gesù, praticato la religione e fatto opere buone, ma non abbiamo ancora aperto il nostro essere profondo al suo Spirito, non abbiamo ancora accolto il dono di Dio. La fede è l’offerta del Padre a chi non ha paura di mettere le mani nelle ferite del Signore, cioè di guardare in faccia il suo peccato e il male che produce sugli altri. Poi il Risorto si fa presente e la fede diventa esperienza di perdono.
E.Marie

martedì 10 marzo 2009

15 marzo 2009

III Domenica di Quaresima - Anno B
Vangelo: Gv 2,13-25
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull'uomo. Egli infatti conosceva quello che c'è nell'uomo.

La vera religione.
Con chi si adira Gesù? Tante volte era andato nel tempio e vi aveva trovato quel commercio di animali per i sacrifici e quei cambiavalute. Perché questa volta e non altre? E’ come se la sua vita pubblica lo avesse messo a contatto con il deserto interiore della gente. E’ come se avesse scoperto, incontrando tante persone, quanto la materializzazione del culto ingannasse le persone semplici, allontanandole dalla vera conoscenza del Padre.
Anche oggi, il più delle volte senza che se ne rendano conto, molti cristiani rovesciano i banchi dei mercanti di religione. Un missionario ha rifiutato di diventare vescovo, perché in coscienza non se ne sentiva capace, data la situazione della chiesa in quella regione. A lui pareva che accettare quest’incarico sarebbe stato patteggiare con una politica trionfalistica che non teneva conto dei veri bisogni spirituali della gente. I suoi superiori lo trattano tuttora come un verme, ma lui continua a rifiutare, per fedeltà alla sua coscienza. Un teologo ha accettato di perdere la cattedra d’insegnamento, di diventare sospetto, ma prosegue serenamente la sua ricerca per un’espressione della fede che risponda alla sete di verità del nostro tempo.
“Quale segno ci mostri per fare queste cose?”, dicono i giudei, come chiediamo anche noi a chi rovescia le nostre sicurezze. Gesù è venuto a offrire al cuore dell’uomo il culto in spirito e verità. Ma è più facile mercanteggiare con Dio che scendere nel profondo della propria coscienza, di fronte alla nostra libertà. Ciò che appare come iconoclastia può essere invece obbedienza alla verità, come il gesto di Gesù che caccia via i venditori dal tempio.
L’unico vero tempio è il cuore dell’uomo, il luogo irrinunciabile della sua libertà. Gli atti di culto non possono mai sostituirsi alla libera adesione all’amore che è l’essenza della vita umana. Il Dio di Gesù Cristo non chiede sacrifici, ma cuori disposti ad aprirsi alla sua tenerezza operosa. Non chiede prestazioni meritorie, ma disponibilità all’amore. Gesù si erge contro un culto che avvilisce l’uomo, lotta contro le pratiche adempiute per essere in regola. Solo la libertà dell’uomo è preziosa per Dio. Forse è questa la ragione di tante confessioni che non hanno cambiato il cuore dei penitenti, di tante comunioni che non hanno trasformato i fedeli.
E.Marie

giovedì 12 febbraio 2009

Domenica 15 febbraio 2009

VI^ del tempo ordinario B
Vangelo: Mc 1,40-45
In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va', invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Qual è il vero miracolo?

Gesù non voleva apparire come un mago. Semplicemente, era venuto a portare il Bene sulla terra e quando la sua compassione incontrava la fiducia di un malato, era spinto a restituirgli la salute. Questa volta, s’imbatte in un lebbroso. Quello che la Scrittura indicava come lebbra poteva essere una qualsiasi patologia della pelle, per cui esistevano delle leggi che ordinavano di presentarsi al sacerdote, per confermare la guarigione avvenuta e permettere così il reinserimento nella comunità. La lebbra, infatti, era in quel tempo una malattia incurabile. Il Signore chiede a quell’uomo di seguire le prescrizioni della legge, in modo da fare rientrare l’evento nella normalità, per non prestarsi a reazioni che si sarebbero fermate al suo potere taumaturgico, senza leggere il senso del segno che aveva compiuto.
Quello che gli esegeti chiamano “il segreto messianico”, cioè la costante raccomandazione di Gesù di tacere il miracolo, la sua attenzione a fuggire ogni manifestazione d’entusiasmo delle folle, era necessario perché la sua opera non fosse fraintesa. Forse ancora oggi stentiamo a credere in un Dio così umile da aver consegnato alla nostra compassione il male dei fratelli, affidandoci il compito di rivelarlo attraverso i nostri gesti di condivisione e d’amore.
Dio non è magico. Opera sempre in collaborazione con l’uomo. Non può agire là dove non c’è fede nel bene, che è sempre all’opera nella storia. L’evangelista Giovanni, infatti, non parla mai di “miracoli”, ma sempre di “segni”. Tutti i gesti del Signore hanno uno scopo di salvezza, non cercano di catturare la gente ma di portarla a cogliere la dinamica della sua vittoria sul male. Tuttavia, neanche quel lebbroso del vangelo riesce a percepire la raccomandazione di silenzio di Gesù e “divulga il fatto”. In fondo, non si fida veramente di chi l’ha risanato, quindi gli disobbedisce subito.
Il Signore agisce nel silenzio, ma l’uomo, troppo spesso incentrato su di sé, crede di fare bene testimoniando a destra e a sinistra il proprio incontro con Dio, il bene che scopre, le “grazie” ricevute, persino la sua guarigione fisica. Così facendo, si mette inconsapevolmente al posto dell’Altissimo. E’ di quella persona che si tratta e non dell’opera divina attraverso di lui o in lui. L’unica testimonianza valida, invece, ce l’ha indicata Gesù prima di morire: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). L’importante non sono i miracoli appariscenti ma l’unico vero miracolo è la capacità data all’uomo di amare “come il Signore ci ha amati”, lavorando quindi per la felicità dei fratelli nella quotidianità e nell’umiltà dei piccoli gesti, dell’attenzione, della compassione.

E.Marie

martedì 13 gennaio 2009

18 gennaio 2009 -

2a domenica tempo ord. B
Vangelo: Gv 1,35-42
In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

La chiamata alla vita
All’alba della creazione, Dio aveva cercato l’uomo: “Adamo, dove sei?”. In ogni scelta della vita, il Creatore continua a chiederci dove siamo, dove va il nostro desiderio, se è rivolto alla vita o alla morte.
I due compagni del Battista avevano già orientato la loro esistenza alla ricerca del Bene, mettendosi al seguito di Giovanni. Quel giorno Dio, attraverso Gesù di Nazaret, non chiede più dove sono ma: “Che cercate?”. Nei momenti decisivi che orienteranno tutta l’esistenza, uno pensa di trovare il senso della propria vita identificandosi a una figura emblematica: la segue, sia per sposarla, sia per entrare in convento, in seminario, in una comunità d’accoglienza o in un’associazione di volontariato. Che cosa cerca? Che cosa cerchiamo tutti, che cosa ci fa alzare la mattina, ci spinge a entrare in relazione con gli altri, ci fa studiare e pregare, lavorare e giocare?
Alla domanda del Signore, i discepoli rispondono con un altro interrogativo: “Dove abiti?”, qual è il tuo modo di vivere, che garanzie ci dai? Siamo tutti alla ricerca di una vita piena, di un senso per la nostra storia che possa cambiare tutto. Eppure il più delle volte, troviamo la delusione, l’appiattimento dei nostri ideali.
Andrea e il suo compagno hanno fatto l’incontro determinante, hanno trovato Colui che tutti aspettavano, il Messia, ma loro stessi dovranno attraversare la delusione, un certo venerdì, quando quell’uomo apparirà come sconfitto anche lui dal male. Tutti cerchiamo la vita piena che è Dio, anche se non sempre sappiamo che è lui che desideriamo, che è lui la Vita della nostra vita, la forza del nostro ardore, la gioia della nostra felicità. Infatti, Dio passa sempre attraverso le sue creature e quindi solo attraverso altri esseri umani possiamo intuire la strada; tuttavia, necessariamente, dovremo abbandonare un giorno la loro guida, la loro presenza rassicurante, per trovare la vita che ci appartiene e della quale solo noi possiamo realizzare tutte le armonie.
L’uomo Gesù è stato talmente trasparente al Verbo – la Parola per la quale tutto è stato creato e sussiste – da poter affermare che lui stesso era la Vita, e lo era veramente perché seguendolo, ogni apostolo, ogni uomo, ha trovato e può trovare il segreto della propria realtà. Durante tutta la vita, dal Giordano al Getsemani, come dopo la risurrezione alla Maddalena, Cristo ha ripetuto: “Chi cercate?”. L’uomo Gesù o la Vita del Padre che s’incarna in lui?
E.Marie

mercoledì 17 dicembre 2008

Domenica 21 dic 2008

Quarta domenica di Avvento B
Vangelo: Lc 1, 26-38
In quel tempo, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: "Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te".
A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L'angelo le disse: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine".
Allora Maria disse all'angelo: "Come è possibile? Non conosco uomo". Le rispose l'angelo: "Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio".
Allora Maria disse: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto". E l'angelo partì da lei.

Il vero Dio

Chi era Maria di Nazaret? Una ragazza la cui capacità di amare era sempre stata rivolta totalmente a Dio come al suo Bene radicale. Sembra impossibile? Ho incontrato recentemente una donna che mi raccontava che sua madre aveva preferito la sorella gemella e che lei, da piccolissima, anche se nata in una famiglia atea, si era rifugiata nella certezza dell’amore di Dio per lei.
Dell’infanzia di Maria non sappiamo nulla, ma resta certo che la sua naturale sete di amore non si è rivolta a cisterne umane. Per parlare di peccato, l’ebraico dice: “Mancare il bersaglio”. Ora tutta la nostra vita, con le sue seduzioni e ribellioni, prevaricazioni e violenze, è una continua ansia d’amore; quindi chi ha potuto, per la sua storia, indirizzare sin dall’inizio questo bisogno alla fonte stessa dell’amore, non manca il bersaglio.
Maria tuttavia doveva ancora uscire dall’immagine di un Dio che colmava la sua sete per incontrarsi con il vero Dio, il totalmente Altro che non è nulla di quanto l’essere umano può immaginare. Questa grande prova che ogni uomo sperimenta, Maria l’ha attraversata quando ha creduto che il vero Dio le chiedeva di rinunciare al suo modo di amarlo. Lei aveva probabilmente deciso di non sposarsi, come indica il testo greco che dice chiaramente: “Non conosco uomo”, in modo assoluto, non come un “non conosco ancora l’uomo”. Aveva scelto di inserirsi nella lunga teoria delle donne sterili che, nell’Antico Testamento, incarnavano la peggiore emarginazione. Forse aveva colto che la donna sterile, senza figlio per pensare a lei nella vecchiaia, doveva affidarsi a Dio solo.
Ed ecco che le viene proposto di diventare la madre del Messia, come se avesse sbagliato tutto. Eppure rimane decisa: “Non conosco uomo” e non ne conoscerò dice la sua risposta. Attende tutto da Dio, anche se Dio sembra sottrarsi alla sua speranza. Solo allora, quando tutto appare confuso, quando ogni logica scompare, viene la risposta del vero Dio: “Lo spirito stenderà le sue ali su di te”, modo biblico di parlare dello sposalizio. Maria, donna volontariamente sterile dona la luce a Cristo, di cui tutti i figli nati da madri sterili erano la figura, perché non nati dal desiderio umano, ma dalla fiducia nella fecondità di un amore rivolto al Bene assoluto.
E.Marie

giovedì 16 ottobre 2008

Domenica 19 ottobre 2008

XXIX domenica t.o. A – Mt 22, 15-21
Gesù e l’evasione fiscale

740,730, ICI … sì, dobbiamo pagare, come tutti, non c’è scappatoia. Anche noi, come i farisei, cerchiamo – pur essendo buoni cristiani – come versare meno tasse o niente affatto. Ma Cristo ordina di “rendere a Cesare quello che è di Cesare”. Le imposte sono normalmente fatte per essere ridistribuite dai servizi pubblici a beneficio di tutti e innanzitutto dei poveri. In questo vangelo che forse leggiamo troppo facilmente come un avvertimento – giusto – a non usare Dio per i nostri comodi, Gesù indica anche come costruire una società giusta. Se i cristiani avessero sempre pagato allo stato ciò che dovevano, probabilmente avremmo un’altra comunità nazionale, un’altra comunità europea, un altro sistema finanziario. Anche Paolo raccomandava l’obbedienza all’autorità civile come dovere di chi si diceva di Cristo. Dio non è del nostro mondo ma non per questo dobbiamo disinteressarci della cosa pubblica fino a derubare lo stato! Il Signore non esime nessuno dalla partecipazione alla costruzione della città, perché solo attraverso i nostri gesti d’amore, d’apertura, di condivisione lui può entrare nella nostra civiltà.
E’ sintomatico costatare che il capitalismo è nato nei paesi cristiani dell’Europa del Nord, dopo la Riforma. Una mentalità, segnata dalla teoria calvinista che vede nel successo economico una dimostrazione della benevolenza divina, ha dato il via al culto del lavoro, alla condanna dell’ozio, all’efficientismo industriale che, come una voragine, travolge il mondo odierno in una corsa alla produzione e al consumo. La competizione è tale che la tentazione di barare per disporre di un capitale più importante non sembra neanche più un peccato; anzi ingannare lo stato appare come una prova d’intelligenza e non si pensa che così facendo si contribuisce ad aumentare l’ingiustizia e quindi la violenza.
“Rendete a Cesare quello che è di Cesare” per permettere a Dio d’essere presente nel commercio, negli affari, e impedire così che la nostra società si distrugga per l’abuso delle risorse e il disprezzo dei poveri. Se non rendiamo allo stato il dovuto, siamo noi gli oppressori del diseredato, condannati dai profeti. E’ forse vero che la nostra società è così ammalata da non saper ridistribuire in modo equo il denaro pubblico, ma questo non ci dispensa dall’obbedire al vangelo per cercare, appunto, di risanarla.
E.Marie
Ed ora un invito a condividere una nostra riflessione personale su questo passo del Vangelo, un invito ad arricchirci l'un l'altro con quanto la Parola ci ha detto. Scriviamo un commento?

venerdì 13 giugno 2008

Domenica 15 giugno 2008

XI Domenica del tempo ordinario A
Salmo responsoriale (Sal 99)
Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.
Acclamate al Signore, voi tutti della terra,
servite il Signore nella gioia,
presentatevi a lui con esultanza.

Riconoscete che il Signore è Dio;
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo.

Lodate il Signore, poiché è buono,
eterna è la sua misericordia,
la sua fedeltà per ogni generazione.

Vangelo: Mt 9,36-10,8

In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: "La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!".
Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d'infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, che poi lo tradì.
Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: "Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date".

Rivelatori d’amore

Dopo duemila anni di evangelizzazione, la gente vive la religione come uno spazio vitale e liberante o ancora non sa che cosa credere, si sente come abbandonata in un deserto senza strada né meta? Spinto dalla compassione per le folle defraudate da riferimenti sicuri e oberate da obblighi legalisti staccati dalla quotidianità, Gesù aveva istituito i Dodici come testimoni di un amore estremamente concreto. Li aveva inviati per guarire ogni forma di malessere, fisico o mentale, spirituale o morale, come indica l’elenco che accenna ai malati, ai lebbrosi, ai morti, agli indemoniati.
Prima di proclamare verità di fede, dovevano svolgere un servizio di compassione e di salvezza, annunciare la venuta immediata di un Regno dove tutti, figli di un unico Padre, sarebbero stati fratelli. Dovevano sconfiggere la negatività con una totale gratuità.
Erano gli araldi di un’era in cui il bene sarebbe stato offerto a tutti, senza rivalità né egoismo, come un patrimonio accresciuto dalla condivisione. Utopia folle di un uomo in preda a un delirio di onnipotenza?
Il segreto di Gesù di Nazaret, invece, è la sua umiltà: “Non entrate dai Samaritani, ma andate solo dalle pecore perdute della casa d’Israele”. Campanilismo rigido di uno xenofobo? Piuttosto saggezza di chi si fida del Padre, di chi sa che il bene si diffonde da sé. La sua è pazienza modesta che non pretende di affrettare i tempi, ma lascia che le menti si aprano all’universalità, prima di invitarle ad entrare in una dinamica di condivisione planetaria. I Dodici sono incaricati di rivelare la presenza di Dio nel cuore della quotidianità, senza cadere in un proselitismo irruente. Gesù non è un manager né un pubblicitario. Sceglie dodici uomini, alla stregua dei dodici capostipiti d’Israele, e sono persone semplici, poco colte, che dimostrano con la loro stessa vita che Dio può trasformare il destino più scialbo in una rivelazione della sua presenza d’amore. Debbono guarire, purificare, risuscitare, sconfiggere il male e ne sono resi capaci dalla fiducia che riporranno nel Padre e dalla gratuità che contrassegnerà la trasmissione del bene affidato alle loro mani.
“Pregate il padrone della messe, che mandi operai”: se gli apostoli non si mettessero costantemente a contatto con il Padre, come potrebbero rivelare la sua tenerezza?
E.Marie

mercoledì 14 maggio 2008

Domenica 18 maggio 2008

Domenica della Santissima Trinità – Anno A
Salmo responsoriale (Dn 3,52-56)
A te la lode e la gloria nei secoli!
Benedetto sei tu, Signore, Dio dei padri nostri.
Benedetto il tuo nome glorioso e santo.
Benedetto sei tu nel tuo tempio santo glorioso.
Benedetto sei tu sul trono del tuo regno.
Benedetto sei tu che penetri con lo sguardo gli abissi e siedi sui cherubini.
Benedetto sei tu nel firmamento del cielo.
Vangelo: Gv 3,16-18
Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio".
La festa del Padre
Dio è Padre d’ogni consolazione, fonte del bene, amore gratuito. Di fronte alla fatica dell’uomo per trovare la vera felicità, ha dato il Figlio perché potessimo ribaltare su quell’uomo tutta la nostra rabbia, la nostra fame di potere, d’importanza, anche d’amore, e riceverne solo del bene. Quell’uomo era Dio, ed è morto perché non abbiamo saputo riconoscere che ci portava il bene che non muore, la capacità di perdonare e di rendere il bene per il male, la possibilità di diventare figli del Padre. Con la sua morte ha dimostrato la straordinaria potenza della Vita che è in Dio, quella Vita che lo ha fatto risorgere, senza l’ombra di un rimprovero per chi lo aveva messo a morte e nemmeno per noi.
“Mio padre ci ha lasciati quando avevo quattro anni, ora ha scelto d’essere transessuale”. “Mia madre mi ha sempre rifiutata”. “I miei genitori mi hanno abbandonato alla nascita”. Dio, perfetto Padre, non ci tradisce mai e addirittura si fida di noi. I genitori spesso inquieti per le scelte dei figli, dimostrano di non credere nel bene che hanno immesso in loro mediante l’affetto, l’educazione e la testimonianza. Dio invece sa che siamo in grado di vincere il male con il bene che infonde in noi, e suscita sulla strada di chi è stato troppo ferito dalla vita, la persona, la situazione, la parola che lo avvierà verso una rinascita. Dio non ha un progetto, non interviene, ma “si china sui figli dell’uomo, per vedere se c’è un uomo saggio” (Sal 52,3), che da quelle vicende di disperazione sappia far nascere un bene maggiore.
“Quando un tossicodipendente sceglie volontariamente di entrare in comunità – diceva un prete amico della gente di strada – compie il primo passo verso Dio, verso la riconciliazione con la Vita. Forse non andrà oltre, forse non entrerà mai in una chiesa, ma è già in cammino verso il Padre che lo ama”. Tuttavia, per entrare in comunità, bisogna che qualcuno abbia iniziato ad aprire una casa per accogliere chi stava sulla strada. Il Padre non decide nulla ma accende il nostro cuore. C’è chi ha l’orecchio e il cuore abbastanza sensibili da cogliere l’amore del Padre per il ragazzo abbandonato, per entrare nella dialettica del perdono anche nei confronti del genitore che lo ha rovinato. Allora un po’ del mondo viene salvato, una persona entra nella festa del Padre.
Em.Marie
Quale Dio?
«E se ci fossimo sbagliati noi, donpi? Se davvero Dio avesse il volto severo che mi hanno insegnato da giovane? E se davvero la Chiesa fosse solo una grande e macilenta organizzazione reazionaria e retrograda arroccata sulle proprie posizioni che non accetta cambiamenti? E se il primato dell'essere e del divenire sull'agire e sulla morale fosse una scappatoia lassista?»
Va giù pesante, Laura. Mi ha telefonato invitandomi a cena, dicendomi che, però, doveva prima parlarmi da sola, senza suo marito. Li conosco da anni, sono stati miei parrocchiani, hanno fatto un bel percorso di fede, hanno investito tempo e idee nella pastorale. Non è, il suo, lo sfogo dell'adolescente delusa, ma la riflessione pacata e sofferta della donna adulta.
Sorrido, cercando di dirle le parole giuste. Tutto è nato dall'incontro fortuito con un sacerdote che lavora a Roma, e che lei ha conosciuto qualche anno fa', incontro avvenuto di ritorno da una gita scolastica a Parigi, in treno. Hanno toccato vari argomenti, tra cui alcune situazioni delicate di cui entrambi sono a conoscenza. È rimasta turbata, Laura, perché ha trovato solo giudizi impietosi, analisi feroci, assenza di misericordia, curiosità prurigginosa. Turbata e scossa nel profondo, stupita per l'apparente cambiamento di una persona che aveva conosciuta e stimata, il colloquio ha avuto un effetto domino. Il suo ragionamento non fa una grinza: quando tutti ti dicono il contrario di ciò che pensavi, forse sei tu ad esserti sbagliata... Osservazione tutt'altro che ingenua, anzi.
Lassismo
Peggio: in settimana ricevo una mail da una lettrice cinquantenne che lamenta oratori chiusi e preti in crisi, conclude che non ci sono più certezze e che noi preti rischiamo di omologarci alla mentalità di questo mondo. Vero, le rispondo, ma forse la ragione profonda è che la Chiesa deve ripensarsi dal di dentro, ripartendo dall'essenziale, preti e laici insieme, con onestà. Urge invocare lo Spirito.
Il misericordioso
La Parola di oggi sembra dare un incoraggiamento a Laura e un'indicazione a tutti noi. Mosè è sfinito: dopo mille vicissitudini ha abbandonato la sua patria e la sua condizione di principe per fuggire nel deserto, deluso da sé e dal popolo cui scopre di appartenere. Agli ebrei non piace avere un condottiero che dall'alto della sua fortuna liberi il popolo. Masticato dalla delusione, Mosè è chiamato da Dio a liberare (e daje!) il suo popolo. Nel deserto, combattuto dalla contingenza e dalla testardaggine mugugnante del suo popolo, Mosè è tentato molte volte di abbandonare l'impresa. Davanti all'ennesima delusione sale a parlamentare con Dio. E Dio appare e si svela, si racconta, si presenta.
«Il Signore Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di amore e di fedeltà» (Es. 34, 6), ecco chi è il Dio di Israele.
Dio è colui che usa misericordia, che guarda alla nostra miseria col cuore, che ha pietas, cioè tenerezza e comprensione gratuita, verso di noi, che ha un mare di pazienza ed è tenace nell'amore. il Dio di cui Mosè e il popolo fanno esperienza è il Dio che si accorge del dolore, che interviene, attraverso Mosè, che si racconta. Egli è il misericordioso.
Di più
Paolo, scrivendo a Corinto, ammonisce la comunità: per fare esperienza del Dio di Gesù, per essere riempiti del suo amore e della sua pace, per fare esperienza di misericordia occorre usare misericordia, vivere incoraggiandosi e dando il meglio di sé, dimorare nella gioia dello Spirito. Ancora una volta la Parola ci scuote: siamo chiamati a fare esperienza di Dio per trasmetterla con la nostra presenza. Possiamo fare esperienza di Dio solo se disarmiamo il nostro cuore dagli atteggiamenti di violenza e di prevaricazione, fossero anche legati a legittimi sentimenti religiosi.
Di più
Gesù è venuto per dire definitivamente chi è Dio, per dirci la verità su di lui e su di noi, per manifestare la verità delle cose che riguardano Dio. E oggi, nella splendida pagina del dialogo con Nicodemo, Gesù dice una cosa straordinaria: il Padre desidera che ci salviamo, ha mandato il suo Figlio per questo scopo, Dio non desidera la nostra condanna, non è un preside severo che ci aspetta al varco, mai! Gesù morirà in croce per svelare questo volto splendido di Dio!
La festa di oggi medita il mistero del Dio di Gesù, un Dio che è comunione profonda, Trinità. Dio non è il solitario perfetto, l'incommensurabile, l'onnipotente – certo - ma solitario Motore Immobile (il sommo egoista bastante a se stesso?).
Dio è festa, famiglia, comunione, danza, relazione, dono. Dio è tre persone che si amano talmente, che se la intendono così bene che noi – da fuori – ne vediamo solo uno. Abbiamo una così triste opinione di Dio! La Scrittura ci annuncia che Dio è una festa ben riuscita, una comunione perfetta. Che bello vedere realizzato in Dio ciò che noi da sempre desideriamo: tre persone che non si confondono, che non si annullano in un'indefinita energia cosmica, ma che, nella loro specificità, operano con intesa assoluta.
A immagine
A questa comunione siamo invitati come singoli e come comunità cristiana. È alla Trinità che dobbiamo guardare nel progetto di costruzione delle nostre comunità: la Chiesa (quella sognata da Dio, intendo, non lo sgorbio presente nelle nostre menti, fatta di rigidezze e sovrastrutture) è lo spazio pubblicitario della Trinità nel mondo d'oggi. Guardando alla Chiesa l'uomo si accorge di essere capace di comunione. Uniti nella diversità, nel rispetto l'uno dell'altro, nell'amore semplice, concreto, benevolo, facciamo diventare il nostro essere Chiesa splendore di questo inatteso Dio comunione. Dio è Trinità perché impariamo ad amare perché mai, soprattutto nella Chiesa, venga a mancare la misericordia e la tenerezza, perché sempre il nostro linguaggio sia riempito di tenerezza e di bene, perché il nostro giudizio sul mondo sia come quello di Cristo, folle d'amore e di desiderio di salvezza.
don P. Curtaz

martedì 11 marzo 2008

16 marzo 2008

Domenica delle Palme - anno A
Vangelo: Mt 26,14- 27,66 – nella forma breve: Mt 27,11-54
Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo

…..
Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore l'interrogò dicendo: "Sei tu il re dei Giudei?". Gesù rispose: "Tu lo dici". E mentre lo accusavano i sommi sacerdoti e gli anziani, non rispondeva nulla. Allora Pilato gli disse: "Non senti quante cose attestano contro di te?". Ma Gesù non gli rispose neanche una parola, con grande meraviglia del governatore. Il governatore era solito, per ciascuna festa di Pasqua, rilasciare al popolo un prigioniero, a loro scelta. Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, detto Barabba. Mentre quindi si trovavano riuniti, Pilato disse loro: "Chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù chiamato il Cristo?". Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.
Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: "Non avere a che fare con quel giusto; perché oggi fui molto turbata in sogno, per causa sua". Ma i sommi sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a richiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò: "Chi dei due volete che vi rilasci?". Quelli risposero: "Barabba!". Disse loro Pilato: "Che farò dunque di Gesù chiamato il Cristo?". Tutti gli risposero: "Sia crocifisso!". Ed egli aggiunse: "Ma che male ha fatto?". Essi allora urlarono: "Sia crocifisso!".
Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell'acqua, si lavò le mani davanti alla folla dicendo: "Non sono responsabile di questo sangue; vedetevela voi!". E tutto il popolo rispose: "Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli". Allora rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso.
Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la coorte. Spogliatolo, gli misero addosso un manto scarlatto e, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, con una canna nella destra; poi mentre gli si inginocchiavano davanti, lo schernivano: "Salve, re dei Giudei!". E sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo così schernito, lo spogliarono del mantello, gli fecero indossare i suoi vestiti e lo portarono via per crocifiggerlo. Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a prender su la croce di lui. Giunti a un luogo detto Golgota, che significa luogo del cranio, gli diedero da bere vino mescolato con fiele; ma egli, assaggiatolo, non ne volle bere. Dopo averlo quindi crocifisso, si spartirono le sue vesti tirandole a sorte. E sedutisi, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo, posero la motivazione scritta della sua condanna: "Questi è Gesù, il re dei Giudei".
Insieme con lui furono crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.
E quelli che passavano di là lo insultavano scuotendo il capo e dicendo: "Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!". Anche i sommi sacerdoti con gli scribi e gli anziani lo schernivano: "Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. È il re d'Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo. Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: Sono Figlio di Dio!". Anche i ladroni crocifissi con lui lo oltraggiavano allo stesso modo.
Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: "Elì, Elì, lemà sabactani?", che significa: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: "Costui chiama Elia". E subito uno di loro corse a prendere una spugna e, imbevutala di aceto, la fissò su una canna e così gli dava da bere. Gli altri dicevano: "Lascia, vediamo se viene Elia a salvarlo!". E Gesù, emesso un alto grido, spirò.
Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: "Davvero costui era Figlio di Dio!".
…..

Il potere o l’amore?
Emmanuelle Marie

Gesù entra in Gerusalemme seduto su un asino, simbolo di mitezza. Con un asino, si cammina al passo della gente semplice, non si domina la situazione dall’alto. Il popolo invece desidera l’intronizzazione del suo Messia, figlio di Davide, e lo tratta da re. E’ di nuovo la terza tentazione attraversata dal Signore nel deserto, che lo ha accompagnato per tutta la vita: “Gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: Tutte queste cose io ti darò se, prostrandoti, mi adorerai”.
La nostra ricerca di potere cerca di colmare il baratro di una solitudine senza amore, obbligando l’altro a piegare la testa. L’alternativa infatti è sempre tra amore e paura: “Se non mi vuoi bene, ho paura di te, ma se ti domino, sono io a farmi temere da te”. Gesù invece, figlio di colui che è Amore, non è mai solo, perché è sempre immerso nella tenerezza del Padre che lo spinge verso gli uomini. E’ venuto per servirli, per placare la loro sete, per rassicurarli di fronte alla morte. Non ha bisogno di usurpare il potere di questo mondo. Tuttavia la gente cerca uno che incarni il successo umano, immagine di un potere che permetta di soggiogare l’altro senza fare lo sforzo di aprirsi a lui. Gesù sembra accondiscendere a quel capriccio come se usasse le stesse armi dell’idolo per sconfiggerlo. Appare come un seduttore delle masse. Eppure i giorni seguenti dimostreranno che il giudizio di questo mondo non si gioca sulla seduzione bensì sull’amore, rivelato non in questa festa popolare ma ai piedi della croce. Là resteranno solo alcune donne e un uomo, rimarrà chi ha saputo amare senza frode, chi si apre all’amato senza difese.
Con questo piccolo trionfo dell’ingresso a Gerusalemme Gesù tenta, per un’ultima volta, dopo i numerosi miracoli che avevano suscitato tanto entusiasmo, di persuaderci che ogni potere è caricatura dell’amore. Di quell’amore che squarcia il cuore con una ferita capace di accogliere senza nessuna difesa il bisogno dell’altro. Sotto la croce, Maddalena capisce ciò che il grande Girolamo non riuscirà a cogliere. Pensava di aver dato tutto a Cristo ma il Signore gli disse: “No, non mi hai offerto tutto, non mi hai consegnato i tuoi peccati”. Chi sta ai piedi del Crocifisso invece non ha più bisogno di sedurre Dio con meriti che nutrono solo l’amor proprio, ma sa che l’Amore ci stringe a sé con tutte le nostre rughe, le nostre sporcizie, la nostra nudità.

Il Dio donato
don Paolo Curtaz

Con oggi concludiamo il nostro percorso di quaresima, di deserto, di essenzialità, per entrare nella più importante settimana dell'anno, sconosciuta ai più, gravida di ogni conversione. In questi ultimi sette giorni percorreremo, ora dopo ora, gli ultimi momenti della vita di Gesù. Saremo invitati a partecipare giovedì, venerdì e sabato al solenne Triduo Pasquale, momento in cui la Chiesa quasi si mette da parte, indicando con un dito l'immenso amore di Dio ad ogni uomo assetato di verità e di bene.
Perché Gesù è morto?
Conosco molte persone devote a Gesù in croce e la meditazione della passione, nei secoli, ha suscitato grandi conversioni, profonde riflessioni: nella croce troviamo la rivelazione definitiva ed inequivocabile del vero volto di Dio. Il cuore della riflessione è: perché mai Gesù è morto? Qual è la ragione ultima della morte di Gesù?
I nostri peccati? Una congiura politica? Una tragica incomprensione? Intorno a questa domanda ruota tutta la nostra fede.
Gesù viene a svelare il vero volto di Dio, il volto del Padre. Questo evento è l'ultimo tassello di un'entusiasmante e originale storia d'amore fra Dio e il suo popolo, storia vissuta in prima persona da Israele, tra alti e bassi. Un Dio che si racconta, che entra in relazione, che ama, che sostituisce quell'immagine innata ed oscura della divinità che portiamo nell'inconscio. Questa relazione vive momenti esaltanti (da Abramo, attraverso Mosè e Davide, fino ai Profeti), e momenti deprimenti, caratterizzati dalla fatica dell'uomo a restare fedele all'immagine che Dio svela di sé attraverso i Profeti.
Stanco, Dio diventa uomo. Gesù è il vero volto di Dio, il raccontatore del Padre. Lo racconta con la sua vita, la sua serena parola, le sue vibranti provocazioni. Gesù sceglie (ricordate?) all'inizio della sua missione, nel deserto di Giuda, quale Messia diventare.
Il demonio, con arguto buon senso, lo invita ad usare la forza, lo stupore, il miracolo, l'alleanza col potere, per essere efficace (cfr. Mt 4,1 ss). Ha ragione, in fondo: se Gesù avesse galleggiato nel vuoto sorretto da angeli non sarebbe forse stato riconosciuto come Messia?
Invece no, Gesù sceglie di essere un Messia di basso profilo, un Dio sottotono, mediocre. Non userà la forza, né compirà prodigi eclatanti, non userà le armi della seduzione, rifiuterà i trucchi del politico.
Perché Dio vuole essere amato per ciò che è, perché "è", e non per ciò che dà.
Tutto di Dio, Gesù difende il Padre contro la visione gretta e approssimativa che ne abbiamo. Ma non bastano i miracoli (ambigui), né la tenerezza (fragile), né la predicazione (controversa) degli anni di vita pubblica. Gesù arriva alla fine dei suoi intensi tre anni con un pugno di mosche in mano: l'umanità non ha capito. I suoi discepoli, preziosi e amati, sono fermi alla contraddizione del potere e della gloria e inchiodati al proprio (evidente) limite; i capi religiosi ne avvertono la forza destabilizzante; la folla segue il vento della moda. Gesù non ha alcuna possibilità di farcela, la sua scommessa è persa. Non è servito, non è bastato, non è sufficiente tutto l'amore che ha donato.
Forse aveva ragione l'avversario, là nel deserto: troppo ingenuo questo modo di operare. Davvero Dio pensava di trattare con gli uomini alla pari? Di aprire il loro cuore col sorriso? Di presentarsi vulnerabile? La scelta da fare, ormai, è una sola: andarsene, rinunciare, gettare la spugna. Occuparsi – chissà – di un altro mondo. Oppure...
La scelta
Oppure lasciarsi travolgere, sparire, morire. Lasciare che le tenebre vincano, lasciare che le cose prendano la loro piega, osare. Osare fino a morire appeso ad una croce, fino all'eccesso. Altro è dire: "Dio vi ama!", altro morire. Altro dire: "Il Padre vi perdona!", altro pendere, nudo, da un palo. Una cosa parlare, un'altra morire. Urlando. Una cosa predicare, un'altra vivere fino in fondo ciò che si è predicato.
Capiranno, gli uomini? O Dio sarà uno dei tanti sconfitti della storia, dimenticati? La posta in gioco è immensa: l'esistenza stessa di Dio. Quanti crocefissi sono morti nella storia antica? Cinquecentomila? Un milione? Di quanti di loro ricordiamo il nome e la vita? Di nessuno.
Il rischio che Dio corre in quell'ultimo gesto è quello di scomparire per sempre. L'uomo avrebbe continuato ad immaginarsi Dio con un volto identico ai propri desideri e alle proprie paure. Gesù accetta, rischia, si dona. Forse sarà tutto inutile, come insinua l'avversario nell'orto degli ulivi. Forse. L'agonia di Gesù, nell'orto degli ulivi, l'agonia che lo fa sudare sangue, è tutta lì, in quella scelta. Non nel dolore che Gesù deve affrontare, non nel senso di abbandono da parte dei suoi, no.
Francamente: conosco persone che hanno sofferto molto più e molto più a lungo di Gesù. Io credo che il dolore, inaudito, che Gesù prova, nasca dal dubbio dell'inutilità della sua scelta definitiva. L'avversario, che torna ora che è giunta l'ora, cerca di scoraggiarlo: "è tutto inutile". Inutile: non vedi che ti stanno venendo a prendere per arrestarti? Inutile: i tuoi stanno dormendo, non hanno capito la gravità della situazione. Inutile, l'uomo non cambierà mai.
Gesù accetta, corre il rischio, si dona. Morirà.
Lì, appeso alla croce, Dio è evidente, inequivocabile, non vi è alcuna possibilità di ambiguità. Il cuore della passione di Cristo è l'amore, non la violenza, con buona pace di Mel Gibson e del suo considerevole tentativo di rappresentare la Passione. Gesù muore affidando al Padre il proprio cuore, e donando a noi lo Spirito. Dio è evidente: osteso, mostrato, nudo. Dio è così, amici: arreso. A noi, ora, la prossima mossa.
Il Dio mostrato
Alla fine della sua versione del racconto della Passione di Gesù, Matteo, buon ebreo, ci racconta che il velo del Tempio si squarciò in due, dall'alto verso il basso. Il velo, un grande pezzo di stoffa, impediva l'accesso al Santo dei Santi di Gerusalemme, il luogo dov'era conservata, in passato, l'Arca dell'Alleanza: lì, nel Santo dei Santi, abitava il Dio d'Israele, nascosto allo sguardo degli uomini da questo immenso panno. Il velo, ora, è squarciato: Dio è visibile, si è reso visibile, ha tolto il velo, si è svelato.
Un invito sommesso, a chi legge queste pagine: siateci.
Nella povertà delle nostre assemblee, ritagliando spazio e tempo ai nostri mille pressanti impegni, siateci. Giovedì sera alla Messa che ci ricorda l'istituzione dell'Eucarestia, venerdì nella grande e sofferta celebrazione della Croce, Sabato nella lunga e luminosa notte della Resurrezione. Tre giorni che ci accompagneranno, spero, a ridire la nostra fede, a riscoprire il dono, a cambiare la vita.
Abbiamo il coraggio, in questi giorni, di rimetterci in gioco, di identificarci.

martedì 12 febbraio 2008

2a domenica di Quaresima A



2a domenica di Quaresima A – 17 feb. 2008

Salmo responsoriale (Sal 32)
Donaci, Signore, la tua grazia: in te speriamo.
Retta è la parola del Signore

e fedele ogni sua opera.
Egli ama il diritto e la giustizia,
della sua grazia è piena la terra.
Ecco, l'occhio del Signore veglia su chi lo teme,
su chi spera nella sua grazia,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.
L'anima nostra attende il Signore,
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Signore, sia su di noi la tua grazia,
perché in te speriamo

Vangelo: Mt 17,1-9
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: "Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia". Egli stava ancora parlando quando una nube luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo".
All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: "Alzatevi e non temete". Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo.
E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: "Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti".

Saper scoprire il vero volto dell’altro
Un uomo come tutti, cresciuto come i tanti bambini di Nazaret. A trent’anni, predicatore affascinante, capace di attirare le folle a Dio, senza ricorrere ai lunghi discorsi dei sacerdoti e dei maestri della legge; un uomo singolare sì, ma pur sempre uomo come gli altri. Abile nell’operare guarigioni, come molti del resto. Dove stava dunque la novità? Un giorno, condusse tre dei suoi in disparte e “fu trasfigurato davanti a loro”, ai loro occhi cambiò aspetto. I tre apostoli ne rimasero sconvolti, avrebbero voluto prolungare all’infinito quell’istante, benchè non capissero nulla di ciò che succedeva: era lui o non era lui? Un’atmosfera diversa li aveva avvolti, una specie di cielo in terra in cui percepivano addirittura una voce. Poi tutto ritornò come prima, il Maestro ridiventò ciò che era sempre stato, nient’altro che un uomo. Poco tempo dopo sarà proprio lo stesso uomo a morire, coperto di sangue, di fango, sfigurato … altro che trasfigurato! In seguito una donna, Maria Maddalena, lo incontrerà vivo senza poterlo riconoscere, tanto i suoi lineamenti avevano “cambiato aspetto”, mentre la sera di quello stesso giorno due discepoli cammineranno con lui senza identificarlo, quasi fosse divenuto uno sconosciuto. La trasfigurazione prefigura il mistero della risurrezione: è sempre lui, ma ha cambiato aspetto. O forse sono i nostri occhi ad essere incapaci di riconoscerlo perché accecati dall’esteriorità, dall’immediatezza più banale.
Un barbone è stato ignorato da tutti finchè qualcuno non ha scoperto, sotto quegli stracci, un noto chirurgo responsabile involontario della morte di una paziente. E quel volto, invece, chi nasconderà? Un’immagine unica e irripetibile di Dio, in attesa forse che uno sguardo attento e benevolo gliela riveli. Uno sguardo può cambiare anche la vita più disastrata. Una giovane chiudeva ogni sua giornata in discoteca, ubriacandosi per prostituirsi e ubriacandosi ancora per dimenticare la vergogna. Attraverso l’amicizia e la costante fiducia di un amico cominciò a credere nel suo reale valore. Più tardi fu proprio lei a scoprire la profondità di un cuore umano dietro il viso sfigurato di una ragazza che stava morendo di Aids e a rivelarle la sua bellezza.
Emmanuelle-Marie

La mèta
don Paolo Curtaz
Siamo partiti per un cammino di quaranta giorni di essenzialità.
Quaranta giorni alla sequela del Maestro Gesù che, nel deserto, sceglie un messianismo di basso profilo, di relazione, di profezia, rifuggendo la tentazione di una religiosità urlata e chiassosa. Quaranta giorni per convertirci alla gioia Pasquale, per lasciar crescere in noi la tenerezza del volto di Dio, per imparare o re-imparare cosa ci è davvero necessario. Digiuno dal caos e dalla rabbia, preghiera quotidiana basata sulla Parola ed elemosina per aprire il cuore (e il portafoglio) ai fratelli che camminano con noi e che vivono nella povertà, sono le tre strade che siamo invitati a precorrere per tornare all'essenziale.
Lungo come una Quaresima.
Nella simpatica e luminosa coscienza cristiana del passato, questa frase sintetizza bene l'atteggiamento di insofferenza verso questo tempo liturgico che ci appare come un'imposizione di (inutili) sacrifici e desueti fioretti per mortificare il corpo. Al contrario, la Quaresima autentica non mortifica, vivifica, sapendo bene che la vita interiore è lotta radicale contro l'aspetto tenebroso della nostra coscienza e che non basta rinunciare ai dolci per convertire il cuore.
Ben più radicale è l'atteggiamento che il Maestro oggi ci chiede, non subire una serie di privazioni che ci siamo imposti, ma scegliere di scegliere, spalancare il cuore all'amore di Dio, salire sul Tabor. "La bellezza salverà il mondo", l'affermazione, contenuta in uno dei romanzi dello scrittore russo Fedor Dostojewski, ci introduce benissimo a questa inusuale seconda domenica di Quaresima. Vangelo poco "mortificato" e penitenziale quello che ogni anno la liturgia (saggiamente) ci propone, quasi a soffocare sul nascere la triste consuetudine cattolica di essere tristi, specialmente quando si parla di Dio. Sbagliato: quando si parte nel deserto il cuore è allegro, perché alla fine saremo liberati da Faraone e dal suo esercito. Quando si sale sulla montagna, malgrado la fatica, ciò che ci spinge a salire è la gioia che proveremo nello spaziare con lo sguardo oltre le cime.
Tabor
Pietro e gli altri sono esterrefatti da quanto accade: Gesù maestro, profeta affascinante, si rivela per quello che è; ed è un'esperienza travolgente, di bellezza sconfinata. Quanto dobbiamo recuperare questa dimensione della bellezza nella nostra vita cristiana!
Gli apostoli, inaspettatamente, si ritrovano a contemplare Gesù di Nazareth che si rivela loro nella sua forma più autentica di Figlio di Dio. Sembra quasi un'anticipazione della Resurrezione che, forse, nell'intento del Signore, serviva a dare agli ignari apostoli quel po' di coraggio necessario per affrontare il grande scandalo della croce. Alla fine della trasfigurazione gli apostoli non vedono che "Gesù solo". Certo: il momento in cui raggiungiamo attraverso la preghiera e la contemplazione il volto di Gesù Risorto, vivo qui e adesso, e ci troviamo davvero scossi e scombussolati da una tale manifestazione, non vediamo che Gesù solo. Solo lui nelle nostre scelte, nei nostri fratelli, nelle nostre giornate.
Più volte lo abbiamo detto e ancora lo ripetiamo: la fede non è semplice adesione intellettuale, è coinvolgimento radicale, esperienza misteriosa di questo Dio che è altro da noi (non sentimento, non impressione, non scelta ma manifestazione).
Di questa esperienza i cristiani parlano, a questa esperienza vogliono condurre nel misterioso intreccio delle libertà (mia e di Dio) ogni fratello che si lascia avvicinare dal Vangelo. Nessuna apparizione, per carità (Dio vi preservi dalle apparizioni!) ma la semplice possibilità di fare esperienza interiore tangibile ed inequivocabile della bellezza di Dio.
Pietro Giacomo e Giovanni, da ora in avanti, avranno sempre e per sempre impresso quel volto trasfigurato, quel Dio ora chiaramente leggibile nella natura più profonda.
E' questa forte esperienza che manca, spesse volte alla nostra tiepida fede. Perciò molti vivono la fede come scelta necessaria, doverosa, utile anche se immensamente noiosa. Senza Tabor, il cristianesimo manca della sua dimensione essenziale: la bellezza di Dio.
Il Dio bellissimo
Sapete perché sono prete, amici? Perché non ho trovato nulla di più bello di Cristo.
Dovremo forse ricuperare questo aspetto nella nostra vita cristiana, ripartire dalla bellezza. Le nostre periferie sono orrende, orrende le città, orribili le finte-vacanze che ci vengono proposte in mezzo a finti paesaggi immacolati. Orribile il linguaggio e le persone che ci raggiungono dal mondo della politica e dello spettacolo. Abbiamo urgente bisogno di bellezza, della bellezza di Dio che è verità e bene e bontà. Non è forse questa la fragilità della nostra fede contemporanea? Non è forse questa la ragione di tanta tiepidezza della nostra comunità? Non abbiamo forse smarrito la bellezza nel raccontare la fede? Nel celebrare il Risorto? E' noioso credere. E' giusto – certo – ma immensamente noioso. Il Vangelo di oggi ci dice, al contrario, che credere può essere splendido. Varrebbe la pena di ricuperare il senso dello stupore e della bellezza, l'ascolto dell'interiorità che ci porta in alto, sul monte, a fissare lo sguardo su Cristo. Facciamo delle nostre messe dei luoghi di bellezza: il silenzio, il canto, la fede, il luogo in cui preghiamo, può riportare un briciolo di bellezza nella nostra quotidianità.
Ma questa inaudita e straordinaria esperienza, ci ammonisce Paolo scrivendo a Timoteo, non è merito nostro o nostra conquista: è dono totale e gratuito di Dio che ci "dona ogni cosa" nel suo figlio Gesù. Fidiamoci, partendo, come Abramo che segue l'invito di un Dio di cui non sa nulla. Partire significa credere in questo Dio di cui mi fido e che mi invita a compiere gesti che a volte non capisco in profondità, rinunciando ai miei progetti per accogliere il suo Progetto.
É il salto della fede, il fidarsi ciecamente di qualcuno su cui ho scommesso tutto. Abramo non capisce, stenta, tentenna, obbietta. Ma si fida.
E questo fidarsi, dura prova nella sua vita, lo fa morire ai suoi progetti per diventare, secondo la promessa, padre di una moltitudine: i credenti, appunto, che, dopo di lui, rifanno questo percorso di fiducia per arrivare fino a Dio. Tabor, quindi, come meta della nostra Quaresima. Per non vedere che "Gesù solo" occorre fidarsi come Abramo, rinunciando al proprio egoismo, salire (faticosamente!) dietro al Maestro per riconoscerlo come Messia. Questa mortificazione-vivificazione ha in gioco la presenza stessa di Dio!
Ripartiamo dalla bellezza, amici.

La nostra domanda: “Il vero volto dell’altro: riesco a vedere oltre l’apparenza?”

venerdì 18 gennaio 2008


20 gennaio 2008
II Domenica del tempo ordinario A

Prima lettura

Dal libro del profeta Isaia (Is 49,3.5-6)

Il Signore mi ha detto: "Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria". Ora ha parlato il Signore, che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele – poiché ero stato onorato dal Signore e Dio era stato la mia forza – e ha detto: "È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra".

Salmo responsoriale (Salmo 40)
Ecco, io vengo, Signore, per fare la tua volontà.

Ho sperato, ho sperato nel Signore,
ed egli su di me si è chinato,
ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,
una lode al nostro Dio.
Sacrificio e offerta non gradisci,
gli orecchi mi hai aperto,
non hai chiesto olocausto
né sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: "Ecco, io vengo".
"Nel rotolo del libro su di me è scritto
di fare la tua volontà:
mio Dio, questo io desidero;
la tua legge è nel mio intimo".
Ho annunziato la tua giustizia
nella grande assemblea;
vedi: non tengo chiuse le labbra,
Signore, tu lo sai.

Vangelo: Gv 1,29-34
Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: "Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: "Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me". Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele". Giovanni testimoniò dicendo: "Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: "Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo". E io ho visto e testimoniato che questi è il Figlio di Dio".

Colui che toglie il peccato
Emmanuelle-Marie
"Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo", ripetiamo con le parole di Giovanni Battista ad ogni liturgia eucaristica, pur reiterando quotidianamente la triste esperienza delle nostre colpe. Quale peccato ci viene dunque tolto? In che modo Cristo toglie il peccato del mondo? Certo non con effetti speciali che si sostituirebbero alla nostra libertà, ma consegnandoci il suo Spirito.
Il Battista afferma di aver visto scendere lo Spirito sul Signore, come una colomba. Ed è proprio una colomba che, riportando un ramo d’ulivo, segna la fine del diluvio, causato dalla violenza del peccato. Colomba e ulivo sono due immagini bibliche simili: la prima ricorda lo Spirito che, alla creazione, aleggiava sulle acque per farne uscire la vita, mentre l’ulivo fornisce l’olio, simbolo dello Spirito, che si versava sull’eletto per consacrarlo al Signore. Il battesimo del Signore sintetizza queste realtà in modo stupendo: Gesù inizia una nuova creazione ed è l’Unto del Signore che viene a ristabilire la pace tra Dio e l’umanità. Viene a immergere l’umanità nello Spirito, che è insieme creatore di vita nuova e Paraclito – cioè difensore del peccatore, perdono del Padre – perché possiamo diventare a nostra volta capaci di perdono.
Perdonare, infatti, è togliere veramente il peccato, è scegliere di prendere su di sé le conseguenze del male commesso da un altro, è pagare i debiti altrui, accettando magari di attraversare l’angoscia che l’altro rifiutava di vivere.
Quando Gesù va a farsi battezzare da Giovanni, non fa notizia, è uno tra i tanti che scende nelle acque del Giordano. Come sempre permette all’ultimo di riconoscersi in lui e di trovare nel suo agire una strada che possa condurlo alla liberazione. Gesù è l’agnello, mite, umile, pronto a patire ciò che noi abbiamo rifiutato di attraversare. Egli toglie il peccato del mondo perché accoglie ogni ingiustizia come espressione del dolore di chi la infligge, accettando di prendere su di sé questa sofferenza. Gesù insegna che non si può amare senza sporcarsi le mani con il male dell’altro, senza condividere il disagio che ha provocato l’azione negativa. Questa è la salvezza portata dall’amore, la via nuova aperta da Cristo e realmente capace di cambiare tutto.

Dio ci viene incontro
don Paolo Curtaz
Gesù è nato in noi, piccolo neonato da far crescere ed accudire, come Maria e Giuseppe lo abbiamo accolto, come i pastori, emarginati del tempo, abbiamo udito la notizia che egli è nato per noi, come i Magi, atei cercatori di verità, ci siamo messi in cammino. Ora, finita la breve e intensa parentesi di Natale, vogliamo far crescere quel Battesimo che abbiamo ricevuto e che ci ha permesso di essere abitati dal Mistero di Dio. Prima di riprendere la riflessione del pubblicano Levi, ci concediamo una parentesi teologica tratta da Giovanni. E' l'occasione per meditare sulla splendida figura del Battista, che ora si mette da parte, non prima di avere dato un'ultima bruciante testimonianza sullo sposo che ha atteso e riconosciuto. Il Messia venuto Giovanni Battista vede Gesù "venire verso di lui" (1,29): è Dio che prende l'iniziativa, è lui che viene incontro, è lui che muove i primi passi, sempre. Eppure il Battista stenta a ri-conoscerlo. Sono parenti, lui e Gesù, e quindi Giovanni lo conosce, ma lo vede con occhi diversi, consueti, abituali, il segno del Battesimo lo spinge a capire, lo obbliga a riconoscere il figlio bene-amato, nel quale il Padre si compiace; anzi: questo riconoscimento permane, come abbiamo visto nella terza di Avvento, quando il Battista in carcere è invitato a non scoraggiarsi, a non aspettare un altro Messia. Il problema del Battista è il nostro: guardare senza vedere, sapere già, essere abituati. Giovanni deve aguzzare lo sguardo interiore per riconoscere nella banalità del quotidiano la presenza del Messia. É questa la radice del problema, di ogni problema: la dimenticanza, l'abitudine, la compagnia di Cristo che diventa sbadiglio e vaga rassicurazione. Non pensate allo scorso anno, a due anni fa, non pensate ad un momento passato: oggi Cristo ti viene incontro, con discrezione (al solito), con semplicità e verità. Abitudinari della fede, discepoli della prima ora, state desti, per favore, siate attenti, Dio vi scampi dal rischio del professionismo nella fede. Questo Dio che passa va riconosciuto ed accolto, ciò che ci viene chiesto è, semplicemente, di accoglierlo. Chi è Gesù? Tre titoli vengono attribuiti a Gesù, tre sintesi di un cammino semplice e strepitoso fatto da chi scrive, Giovanni l'evangelista, discepolo prima del Battista e poi del Nazareno, e dalla sua comunità. Gesù è l'agnello di Dio che porta il peso del peccato (1,29), colui su cui rimane lo Spirito e battezza in Spirito (1,33), il Figlio stesso di Dio (1,34). Sono titoli teologici che possiamo scoprire nella nostra ricerca di Dio. Gesù è l'agnello che porta il peccato, come quello usato nello Yom Kippur, giorno di purificazione del popolo che scarica le sue colpe sul capro immolato in sacrificio per tutti, immagine prefigurata in Isaia del mite agnello condotto al macello. Rispetto alla tragedia dell'umanità, all'inquietante dilemma del male e della violenza, Dio si schiera, si esprime, si coinvolge: egli è colui che si lascia uccidere, che assume su di sé sofferenza e tenebra, che la redime, portandola. Giovanni resterà turbato dal vedere il Messia mischiato tra la folla di penitenti. Dio condivide e assume su di sé tutta l'oscurità e la fragilità del mondo, si sporca le mani, non guarda dall'alto, redime dal basso. Il dolore del mondo è assunto, salvato, redento. Non è vero che vogliamo capire la ragione del dolore, ciò che vogliamo è non soffrire oppure, ed è ciò che Dio fa accadere, redimere questo dolore, dargli un peso, un'utilità. Amico che soffri, amico travolto dalla tenebra, la tua tenebra è portata, accolta, salvata. Egli è colui che dona lo Spirito in abbondanza; lo Spirito: dono del Risorto, colui che permette al discepolo di accorgersi di Dio, che lo mette in sintonia. Fede che non è sforzo ma scoperta, non conquista ma abbandono, lasciando che lo Spirito che dà vita ad ogni cosa ci apra – finalmente! – lo sguardo dentro. L'incontro con Dio non migliora né peggiora la mia vita, non mi mette al riparo da fatica e contraddizione, gli eventi tristi e allegri si alternano come nella vita di chiunque. Ma la presenza dello Spirito mi permette di vedere in maniera diversa, di cogliere il disegno, di percepire la tessitura nascosta. Il Signore dona lo Spirito senza lesinare, permette, ai discepoli che restano attenti e aperti alla Parola, di leggere la propria e l'altrui storia con uno sguardo nuovo. Egli è, infine, il "figlio di Dio"; non un grande uomo, non un profeta, non un uomo di tenerezza e compassione, ma la presenza stessa di Dio. Non c'è mediazione su questo, non sofismi e ragionamenti: la comunità primitiva crede che Gesù di Nazareth, potente in parole ed opere, non sia solo ispirato da Dio, ma parli con le parole stesse di Dio poiché in lui abita la presenza stessa del Verbo di Dio. Dio è accessibile, amici, visibile, chiaro, manifesto, incontrabile, evidente; si racconta, si spiega, si dice, si rivela. Lo accoglieremo? O continueremo ad accarezzare e celebrare un Dio più approssimativo e simile alle nostre segrete immagini di lui? Testimoni Questo è ciò in cui crede la comunità di Giovanni. Così come Isaia sogna la comunità di Israele non più chiusa in se stessa intenta a proteggersi, ma aperta all'annuncio del vero volto di Dio alle nazioni straniere, così come Paolo augura ai cristiani di Corinto, città delirante e violenta, di essere santi perché santificati da Cristo, anche noi siamo chiamati a dare testimonianza al Figlio di Dio. Non più stanche comunità che stentano ad assolvere i compiti istituzionali, ma gruppi di cristiani riempiti dalla luce, testimoni credibili come il Battista e il suo discepolo Giovanni. Bel programmino, no?

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Il ministero di Giovanni ha le sue radici nell’AT, ma permane nel NT perché è il ministero profetico essenziale della preparazione all’incontro col Signore e pertanto non può venir meno. Finché un uomo deve incontrare Gesù portando con sé tutto ciò che precede il Cristo, Giovanni Battista è essenziale. Tutto ciò che precede il Cristo: culture, religioni, ricerche spirituali dell’umanità, ha un grande valore ed è in intima connessione con la Parola di Dio...; ma nella misura in cui si avvicina alla Parola di Dio, se manca del ministero di Giovanni, diventa il più grande nemico per Cristo. (...) C’è un legame tra il ministero di Giovanni e il ministero di Israele nella storia, anche se il ministero di Giovanni trascende Israele, perché Israele è restato muto e sordo di fronte all’evento di Cristo, mentre Giovanni l’ha preparato, accolto e riconosciuto. Nella misura in cui Israele resta in attesa e continua la sua attesa in un mondo in cui regnano ancora le guerre, il male, la malattia, la morte e il peccato, esso attesta alla chiesa che il Regno non è ancora venuto
(E. Bianchi, Magnificat, Benedictus, Nunc dimittis, 68-9).

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Gesù si fa battezzare come qualsiasi uomo sulla Terra non per lavare il proprio peccato, ma per manifestarsi come il Cristo, cioè il compimento del mandato profetico di Giovanni il Battista. Qui comincia a cambiare radicalmente anche la sua vita. La sensazione è quella di essere spronati a riconoscere il Signore in mezzo a noi, a sentirlo presente, a sentirne la vicinanza e la chiamata. Nella scelta di Dio di incarnarsi c’è una promessa di fedeltà, c’è il riconoscimento della qualità umana come strumento per realizzare la salvezza e il disegno di Dio. Per fare questo "è troppo poco che tu sia mio servo". Dopo la risurrezione Gesù dirà a Pietro: "Pasci le mie pecorelle", a testimoniare che la vita di Gesù è il tratto cruciale di un processo di salvezza che viene da lontano (cfr. Isaia) e che deve proseguire, in un lavoro instancabile e insostituibile che spetta alla volontà degli uomini. Il "compimento" dato da Gesù non è la fine della strada degli uomini. Is 49,6 ci fa pensare che il ruolo di "luce delle nazioni" potrebbe essere quello della Chiesa, attraverso l’apertura alle novità, la propria continua rilettura in un’ottica di rinnovamento della propria "luminosità", ovvero della capacità di indicare una strada di salvezza alle nazioni; per questo ci pare che la missione di riconciliazione sia sempre vera, ma prenda temi e strumenti diversi nel corso della storia. A volte abbiamo più l’impressione che si punti alla conservazione invece che alla conversione, ma al di là del seguito di fedeli c’è un problema di vocazione della Chiesa stessa. Come riconciliare i popoli relativamente al valore dell’uomo e della vita civile, ai modelli di società, ai modelli di economia?
(Gruppo OPG).

Le nostre domande:
Perdonare: cosa intendo io per …?
Ho perdonato almeno una volta?