Dal libro della Sapienza 11,22-12,2

Tutto il mondo davanti a te, come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra. Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi, non guardi ai peccati degli uomini, in vista del pentimento. Poiché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l'avresti neppure creata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi? O conservarsi se tu non l'avessi chiamata all'esistenza? Tu risparmi tutte le cose, perché tutte son tue, Signore, amante della vita, poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose. Per questo tu castighi poco alla volta i colpevoli e li ammonisci ricordando loro i propri peccati, perché, rinnegata la malvagità, credano in te, Signore.

giovedì 12 febbraio 2009

Domenica 15 febbraio 2009

VI^ del tempo ordinario B
Vangelo: Mc 1,40-45
In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va', invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Qual è il vero miracolo?

Gesù non voleva apparire come un mago. Semplicemente, era venuto a portare il Bene sulla terra e quando la sua compassione incontrava la fiducia di un malato, era spinto a restituirgli la salute. Questa volta, s’imbatte in un lebbroso. Quello che la Scrittura indicava come lebbra poteva essere una qualsiasi patologia della pelle, per cui esistevano delle leggi che ordinavano di presentarsi al sacerdote, per confermare la guarigione avvenuta e permettere così il reinserimento nella comunità. La lebbra, infatti, era in quel tempo una malattia incurabile. Il Signore chiede a quell’uomo di seguire le prescrizioni della legge, in modo da fare rientrare l’evento nella normalità, per non prestarsi a reazioni che si sarebbero fermate al suo potere taumaturgico, senza leggere il senso del segno che aveva compiuto.
Quello che gli esegeti chiamano “il segreto messianico”, cioè la costante raccomandazione di Gesù di tacere il miracolo, la sua attenzione a fuggire ogni manifestazione d’entusiasmo delle folle, era necessario perché la sua opera non fosse fraintesa. Forse ancora oggi stentiamo a credere in un Dio così umile da aver consegnato alla nostra compassione il male dei fratelli, affidandoci il compito di rivelarlo attraverso i nostri gesti di condivisione e d’amore.
Dio non è magico. Opera sempre in collaborazione con l’uomo. Non può agire là dove non c’è fede nel bene, che è sempre all’opera nella storia. L’evangelista Giovanni, infatti, non parla mai di “miracoli”, ma sempre di “segni”. Tutti i gesti del Signore hanno uno scopo di salvezza, non cercano di catturare la gente ma di portarla a cogliere la dinamica della sua vittoria sul male. Tuttavia, neanche quel lebbroso del vangelo riesce a percepire la raccomandazione di silenzio di Gesù e “divulga il fatto”. In fondo, non si fida veramente di chi l’ha risanato, quindi gli disobbedisce subito.
Il Signore agisce nel silenzio, ma l’uomo, troppo spesso incentrato su di sé, crede di fare bene testimoniando a destra e a sinistra il proprio incontro con Dio, il bene che scopre, le “grazie” ricevute, persino la sua guarigione fisica. Così facendo, si mette inconsapevolmente al posto dell’Altissimo. E’ di quella persona che si tratta e non dell’opera divina attraverso di lui o in lui. L’unica testimonianza valida, invece, ce l’ha indicata Gesù prima di morire: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). L’importante non sono i miracoli appariscenti ma l’unico vero miracolo è la capacità data all’uomo di amare “come il Signore ci ha amati”, lavorando quindi per la felicità dei fratelli nella quotidianità e nell’umiltà dei piccoli gesti, dell’attenzione, della compassione.

E.Marie

Non vergognarti se ti piacciono

Non vergognarti se ti piacciono
le storielle a fumetti.
Hai già notato
come Dio scrive
le nostre vite?
E a tal proposito,
della suspense
fa uso e abuso …
Dom Helder Camara

domenica 25 gennaio 2009

Lettera aperta a un omosessuale che vuole guarire dalla sua
omosessualità

Milano, 22 Gennaio 2009

Carissimo,
ho saputo che la prossima settimana inizierai un ciclo di 19 incontri che, con un eufemismo usato dagli organizzatori «si propone di guarire le ferite e gli abusi che ti fanno vivere in maniera conflittuale la tua affettività», ma che in realtà ha come scopo quello di guarire la tua omosessualità. L'ho saputo dagli amici del circolo Arcigay Orlando di Brescia che, proprio in concomitanza con l'inizio di questo ciclo di incontri, hanno deciso di organizzare una manifestazione con uno slogan molto forte: «Non guarirete mai!».
Per una volta, caro Davide, non sono d'accordo con la loro manifestazione. Io, infatti, ti auguro di cuore di guarire e di approdare finalmente alla vita affettiva che desideri nel profondo del tuo cuore. Se dovesse capitarti mai di innamorarti di una donna a cui deciderai di essere fedele per il resto della tua vita e di costruire con lei una bella famiglia, sarei il primo ad essere felice. Debbo però essere onesto fino in fondo: nonostante le certezze che dispensa il sito del gruppo che organizza il seminario, ho molti dubbi sull'efficacia del percorso che ti proporranno. Mi sembra addirittura che chi lavora in questo progetto abbia dell'omosessualità un'idea stereotipata, fatta di discoteche, di flirt e di incontri erotici a raffica, di viaggi negli Stati Uniti, di completini Dolce e Gabbana: tutte cose che magari fanno parte della vita di alcuni omosessuali, ma che senz'altro sono estranee alla mia vita e alla vita di tante persone omosessuali che frequento e che conosco.
Tra l'altro gli psicologi, gli psichiatri e gli psicoterapeuti che sostengono l'inutilità (i più benevoli) o la pericolosità (i più preoccupati) di certi percorsi di guarigione dall'omosessualità sono la stragrande maggioranza, tra loro ci sono autorevoli esponenti del mondo cattolico che non possono certo essere accusati di indifferenza nei confronti del messaggio morale della Chiesa. Qualche giorno fa anche il quotidiano dei vescovi italiani ha riportato un lungo articolo di Vittorino Andreoli in cui si dice chiaramente che l'omosessualità non può certo essere considerata una malattia da guarire. I soliti due o tre nomi che vengono citati dai sostenitori delle terapie riparative sono personaggi assolutamente marginali da un punto di vista scientifico: nessuna rivista seria di psicologia ospiterebbe mai un loro articolo, perché quello che scrivono non è il prodotto di una ricerca rigorosa, ma é l'espressione delle loro personalissime opinioni. Il fatto é che, per un autore che dice una parola in favore delle terapie riparative dell'orientamento sessuale ce ne sono centinaia che le definiscono inutili o dannose.
Debbo poi dirti che, in quasi vent'anni di volontariato con gli omosessuali credenti, pur avendo conosciuto diverse persone che hanno tentato di guarire dal loro orientamento omosessuale, non ne ho conosciuta nessuna che è poi guarita. La maggior parte, delusa, ha abbandonato la pratica religiosa. Altri continuano a sostenere la parte dell'omosessuale guarito, ma quando si arriva al dunque dimostrano di non essere guariti affatto e hanno comportamenti ipocriti e pieni di ambiguità (una volta una di queste persone ci ha addirittura provato con me e ti garantisco di non essere affatto un bell'uomo). Alcuni, addirittura, hanno avuto dei gravi problemi psicologici e uno di loro che si chiamava Luca, si é addirittura suicidato.
Stai quindi molto attento. Se vedi che le cose che ti vengono proposte ti fanno star male abbandona il corso senza farti problemi. Tieni conto che il Signore vuole che tu diventi una persona equilibrata e serena e che sono questi i parametri che ti permetteranno di valutare la bontà delle esperienze che fai.
Siccome so che alla base della scelta che hai fatto c'è anche una motivazione legata alla tua esperienza di Fede, mi permetto di raccontarti la mia storia e di darti qualche consiglio per evitare che l'esperienza che stai iniziando (e che, lo ripeto, mi auguro di cuore possa avere successo), non abbia le conseguenze negative che, tanti anni fa, un'esperienza analoga ha avuto nella mia vita.
Devi sapere infatti, caro Davide, che nel 1984, consigliato da un sacerdote di Milano, io stesso sono andato da uno psicologo chiedendogli di farmi guarire dall'omosessualità. Lui mi ha detto che la cosa era possibile mi ha proposto una terapia che aveva come obiettivo quello di farmi diventare eterosessuale.
Per pagarlo ho abbandonato l'università, dove facevo il ricercatore (il mio sogno, infatti, era quello di insegnare qualche disciplina collegata alla Statistica) e ho iniziato a lavorare per una multinazionale di informatica. La terapia è andata avanti per più di un anno ed è terminata quando il dottor Toller (così si chiamava lo psicoterapeuta a cui mi ero rivolto) mi ha detto che io non guarivo dalla mia omosessualità perché, in realtà, non volevo guarire.
La psicoterapia non è comunque stata l'unica strada che ho tentato per guarire dalla mia omosessualità: quando ho incontrato un gruppo carismatico che praticava la preghiera di guarigione ho chiesto espressamente a un sacerdote di aiutarmi a guarire dalle mie pulsioni omosessuali. Ho digiunato a pane ed acqua due volte alla settimana per più di un anno (grasso com'ero la cosa non mi poteva che fare bene). Ho dormito per terra per vincere le tentazioni che mi venivano durante la notte (e qui ho qualche dubbio in più sulla effettiva bontà di questa pratica). Sono andato più volte a Medjugorie, ho partecipato ad numerose messe di guarigione fino a quando, durante una di queste messe, celebrata da padre Emiliano Tardif, ho davvero pensato di essere improvvisamente guarito (ricordo ancora che eravamo al palazzetto dello sport di Sesto San Giovanni e che eravamo davvero tantissimi).
Purtroppo non c'è voluto molto tempo per capire che, in realtà, le pulsioni omosessuali non erano affatto terminate: la delusione è stata grande e si è trasformata in una vera e propria ribellione nei confronti di Dio che guariva tante persone durante le preghiere a cui partecipavo e che non guariva uno come me che gli chiedeva soltanto di poter vivere finalmente alla luce delle raccomandazioni del Magistero della Chiesa.
Il risultato è stato paradossale: ho perso la Fede e ho deciso di abbandonare qualunque forma di pratica religiosa.
Non ti racconto quello che è successo nei mesi successivi. Ti dico solo che continuavo a tormentarmi con questa domanda: «Perché ho perso la Fede, visto che non ho fatto altro che seguire sempre e comunque le indicazioni che mi venivano dai miei confessori e dalle persone devote a cui avevo confidato la mia omosessualità? In cosa ho sbagliato? – mi chiedevo – E come posso fare per ritrovare quella fiducia nel Signore che ho ormai perso?».
Per fortuna i libri sono sempre stati degli amici importanti per me. Ed è stato in due libri che ho trovato la risposta alle domande che ho appena scritto: il primo si intitola Scommettere su Dio ed è stato scritto da John Mc Neill, un teologo americano che si è occupato molto di omosessualità; il secondo si intitola Il grande divorzio ed è stato scritto da Clive Staples Lewis, uno dei maggiori apologeti cristiani del XX secolo. Pur partendo da premesse molto diverse, questi due autori mi hanno fatto capire che quella che mi aveva guidato, nelle continue battaglie che avevo condotto contro la mia omosessualità, non era l'aspirazione sincera di fare sempre e comunque la volontà di Dio, ma una forma subdola di idolatria che metteva al posto di Dio il mio desiderio di essere una persona 'a posto', capace di condurre una vita esemplare, rispettosa delle indicazioni che mi venivano da coloro che io ritenevo autorevoli. In sostanza avevo sostituito l'idolo della mia 'perfezione eterosessuale' a Dio stesso e, quando questo idolo è crollato, ha travolto la fiducia che avevo in Lui. Da allora ho imparato a prendere dalla vita quello che mi da. Con un cammino che è stato lungo, ma che alla fine ha dato dei risultati molto belli, ho imparato a guardare alla mia omosessualità non più come a un ostacolo per la mia vita spirituale, ma come a un kayros, ovvero come a un'opportunità che mi veniva data per amare Dio in un modo diverso. Ho cercato nei meandri della storia della Chiesa e ho trovato alcune figure che potevano rappresentare un esempio di santità per me che ero omosessuale (tra tutte, credo che vada ricordata la figura di sant'Aelredo, che nei suoi scritti non esita a raccontare gli amori dissoluti della sua gioventù e non prova nessun imbarazzo nel narrare l'amore profondo che lo legava a un altro monaco di Rievaulx). Ho studiato teologia e ho capito che una Fede che non si può comunicare a tutti gli uomini non è una Fede realmente cattolica e che quindi, anche le persone omosessuali sono chiamate alla santità (se hai dei dubbi su questa idea di consiglio di leggere il Decreto sulla Giustificazione approvato dal Concilio di Trento il 13 gennaio del 1547). Ho infine scoperto che la mia omosessualità era qualche cosa di molto più vasto del mio desiderio di intimità con individui del mio stesso sesso: era una condizione che mi permetteva di vivere in maniera più tranquilla l'accoglienza e la solidarietà nei confronti delle persone che incontravo; era una palestra che mi permetteva di cogliere con maggiore intelligenza le sfumature che regolano i rapporti tra gli uomini; era l'occasione per condividere le difficoltà di tante conoscenti che fanno fatica a trovare una loro serenità affettiva(non solo omosessuali, ma anche eterosessuali); era un mezzo formidabile per vivere dei rapporti di amicizia disinteressati e solidi che mi hanno permesso finalmente di uscire dal cerchio di solitudine in cui mi ero chiuso; era infine la chiave che aveva permesso a Dio di rendermi attento a tutte le situazioni di emarginazione e di esclusione che, fino ad allora, mi erano state indifferenti.
Per farla breve posso dirti che al termine di questo cammino sono arrivato finalmente a recitare, nella mia preghiera del mattino e della sera, una frase che ripeto ancora oggi, tutti i giorni:: «Ti ringrazio, Signore, per il dono che mi ha fatto con la mia omosessualità».
Come vedi, caro Davide, l'omosessualità non è affatto incompatibile con il cristianesimo. Anzi, può addirittura diventare uno dei tanti sentieri che portano verso la santità. Si tratta di prenderla sul serio e di metterla in comunicazione con gli altri ambiti della nostra vita. Lo dice anche il Catechismo della Chiesa cattolica che, dopo aver osservato che «un numero non trascurabili di uomini e di donne presentano tendenze omosessuali profondamente radicate», ricorda che «tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita» (cfr. CCC 2358) e, per non restare sul vago, propone, nel punto 2359, un vero e proprio programma di vita: «Attraverso le virtù della padronanza di se, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un'amicizia disinteressata con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e debbono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana». Come vedi anche alle persone omosessuali che restano tali la Chiesa fa una proposta concreta che, essendo piuttosto impegnativa, non può prescindere da quella sana autostima che, in una persona omosessuale, presuppone un'accettazione piena del proprio orientamento sessuale. Gli omosessuali che si considerano dei poveri sfigati corrono il rischio di crogiolarsi in un'autocommiserazione distruttiva in cui ci si giustifica per tutto e, magari inneggiando a una continenza che in realtà non si cerca affatto, ci si lascia andare a una promiscuità che a parole si condanna senza appello.
Si tratta, in sostanza, di seguire fino in fondo quello che dice Gesù, che nei Vangeli, notalo bene, non parla mai di omosessualità, mentre parla molte volte, condannandola, dell'ipocrisia di chi finge di essere quel che non é. Una persona omosessuale che vuole realmente seguire le parole di Gesù non può dimenticarsi di questa condanna e deve quindi fare di tutto per abbandonare i tanti modi ipocriti in cui la società contemporanea (ma anche la Chiese, e molte altre istituzioni) la spingono a vivere il proprio orientamento sessuale.
Da questo punto di vista ti raccomando, nel caso in cui il programma che hai iniziato ti spingesse a sposare una donna, di non prenderla mai in giro e di non usarla in vista di una guarigione che potrebbe rivelarsi un fallimento: non sai quante sono le persone la cui vita è stata distrutta dalla disinvoltura con cui i loro compagni hanno pensato di risolvere il problema della loro omosessualità con un matrimonio riparatore. Se ti sposassi senza amare la persona che sposi, se la sposassi pensando che magari qualche scappatella potrai anche permettertela, se la sposassi tenendola all'oscuro di un aspetto così importante della tua vita come il tuo orientamento sessuale, non solo creeresti le condizioni per contrarre un matrimonio nullo dal punto di vista del diritto canonico, ma tradiresti Gesù che ti chiede di abbandonare qualunque forma di ipocrisia. E questo, te lo garantisco, sarebbe molto più grave.
Forse, come il solito, ti ho scritto troppe cose e alla fine andrà a finire che non le leggerai.
Una cosa però vorrei raccomandartela con tutto il cuore. Indipendentemente da come andrà a finire il percorso che stai iniziando ricordati che Dio ti ama così come sei: con la tua attuale omosessualità e con la tua desiderata eterosessualità; nella relazione di coppia fondata su un amore davvero responsabile che potrai magari costruire con una persona del tuo stesso sesso, così come nel matrimonio che forse riuscirai a celebrare con la donna di cui ti innamorerai; nella solitudine di una vita che non è riuscita a riposarsi in una relazione di coppia stabile e duratura, così come nella scelta di una particolare consacrazione religiosa in cui rinunci alla relazione di coppia. Ricordalo sempre: l'amore di Dio viene prima della nostra capacità di comprenderlo e di scorgerlo nella nostra vita piena di contraddizioni. L'amore di Dio è sconfinato! L'amore di Dio non passa mai!
Non so se questa idea ti è mai passata per la testa. Ti chiedo solo di ricordarla se mai dovessi scontrarti, dopo il corso che stai intraprendendo, con l'esperienza del fallimento. Il fatto che tu non possa eventualmente diventare eterosessuale non ti esclude in nessun modo dalla vocazione alla santità, anzi, ti permette di viverla in un modo senz'altro più vicino alle tue vere aspirazioni.
E adesso vai pure, mio caro Davide. Sono comunque fiducioso perché so che il Signore ti aiuterà a trovare senz'altro la tua strada. Non avere paura della tua omosessualità e affronta la vita, consapevole del fatto che ti muovi sotto il sorriso di Dio. Sappi che ti ricorderò nelle mie preghiere e che spero, un giorno, di poterti incontrare in Paradiso, dove il Signore ci ha preparato un posto in cui vivere in pienezza la nostra affettività, al di là delle sofferenze e delle contraddizioni con cui la stiamo vivendo quaggiù.
Gianni Geraci (portavoce Gruppo del Guado)

martedì 13 gennaio 2009

18 gennaio 2009 -

2a domenica tempo ord. B
Vangelo: Gv 1,35-42
In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

La chiamata alla vita
All’alba della creazione, Dio aveva cercato l’uomo: “Adamo, dove sei?”. In ogni scelta della vita, il Creatore continua a chiederci dove siamo, dove va il nostro desiderio, se è rivolto alla vita o alla morte.
I due compagni del Battista avevano già orientato la loro esistenza alla ricerca del Bene, mettendosi al seguito di Giovanni. Quel giorno Dio, attraverso Gesù di Nazaret, non chiede più dove sono ma: “Che cercate?”. Nei momenti decisivi che orienteranno tutta l’esistenza, uno pensa di trovare il senso della propria vita identificandosi a una figura emblematica: la segue, sia per sposarla, sia per entrare in convento, in seminario, in una comunità d’accoglienza o in un’associazione di volontariato. Che cosa cerca? Che cosa cerchiamo tutti, che cosa ci fa alzare la mattina, ci spinge a entrare in relazione con gli altri, ci fa studiare e pregare, lavorare e giocare?
Alla domanda del Signore, i discepoli rispondono con un altro interrogativo: “Dove abiti?”, qual è il tuo modo di vivere, che garanzie ci dai? Siamo tutti alla ricerca di una vita piena, di un senso per la nostra storia che possa cambiare tutto. Eppure il più delle volte, troviamo la delusione, l’appiattimento dei nostri ideali.
Andrea e il suo compagno hanno fatto l’incontro determinante, hanno trovato Colui che tutti aspettavano, il Messia, ma loro stessi dovranno attraversare la delusione, un certo venerdì, quando quell’uomo apparirà come sconfitto anche lui dal male. Tutti cerchiamo la vita piena che è Dio, anche se non sempre sappiamo che è lui che desideriamo, che è lui la Vita della nostra vita, la forza del nostro ardore, la gioia della nostra felicità. Infatti, Dio passa sempre attraverso le sue creature e quindi solo attraverso altri esseri umani possiamo intuire la strada; tuttavia, necessariamente, dovremo abbandonare un giorno la loro guida, la loro presenza rassicurante, per trovare la vita che ci appartiene e della quale solo noi possiamo realizzare tutte le armonie.
L’uomo Gesù è stato talmente trasparente al Verbo – la Parola per la quale tutto è stato creato e sussiste – da poter affermare che lui stesso era la Vita, e lo era veramente perché seguendolo, ogni apostolo, ogni uomo, ha trovato e può trovare il segreto della propria realtà. Durante tutta la vita, dal Giordano al Getsemani, come dopo la risurrezione alla Maddalena, Cristo ha ripetuto: “Chi cercate?”. L’uomo Gesù o la Vita del Padre che s’incarna in lui?
E.Marie

BUON 2009 A TUTTE / I !!!

Ti auguro di vivere

Ti auguro di vivere
senza lasciarti comprare dal denaro.
Ti auguro di vivere
senza marca, senza etichetta,
senza distinzione, senza altro nome
che quello di uomo.
Ti auguro di vivere
senza rendere nessuno tua vittima.
Ti auguro di vivere
senza sospettare o condannare
nemmeno a fior di labbra.
Ti auguro di vivere in un mondo
dove ognuno abbia il diritto
di diventare tuo fratello
e farsi tuo prossimo.

J. Debruynne

mercoledì 17 dicembre 2008

BUON NATALE A TUTTI VOI !

Un Bimbo che comprende solo l’amore

Alla scuola del bimbo
Non fare rumore:
la parola divina inizia la sua lezione
nel cuore della grotta.

Non fare rumore:
i saggi e i piccoli vogliono intendere
la voce che li ha messi in cammino.

Non fare rumore:
un bimbo dorme
rasserenato dal calore dei semplici
esperti di cielo.

Non fare rumore:
i sentieri del silenzio
accompagnano a quella culla
dove nasce la vita.

Non fare rumore:
carichi di pene i più poveri
portano in dono se stessi
e vengono ad attingere luce.

Non fare rumore:
non servono tante campane
per un Bimbo che comprende solo l’amore.
Mons. P. Vigo (da Scintille di gioia)

Domenica 21 dic 2008

Quarta domenica di Avvento B
Vangelo: Lc 1, 26-38
In quel tempo, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: "Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te".
A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L'angelo le disse: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine".
Allora Maria disse all'angelo: "Come è possibile? Non conosco uomo". Le rispose l'angelo: "Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio".
Allora Maria disse: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto". E l'angelo partì da lei.

Il vero Dio

Chi era Maria di Nazaret? Una ragazza la cui capacità di amare era sempre stata rivolta totalmente a Dio come al suo Bene radicale. Sembra impossibile? Ho incontrato recentemente una donna che mi raccontava che sua madre aveva preferito la sorella gemella e che lei, da piccolissima, anche se nata in una famiglia atea, si era rifugiata nella certezza dell’amore di Dio per lei.
Dell’infanzia di Maria non sappiamo nulla, ma resta certo che la sua naturale sete di amore non si è rivolta a cisterne umane. Per parlare di peccato, l’ebraico dice: “Mancare il bersaglio”. Ora tutta la nostra vita, con le sue seduzioni e ribellioni, prevaricazioni e violenze, è una continua ansia d’amore; quindi chi ha potuto, per la sua storia, indirizzare sin dall’inizio questo bisogno alla fonte stessa dell’amore, non manca il bersaglio.
Maria tuttavia doveva ancora uscire dall’immagine di un Dio che colmava la sua sete per incontrarsi con il vero Dio, il totalmente Altro che non è nulla di quanto l’essere umano può immaginare. Questa grande prova che ogni uomo sperimenta, Maria l’ha attraversata quando ha creduto che il vero Dio le chiedeva di rinunciare al suo modo di amarlo. Lei aveva probabilmente deciso di non sposarsi, come indica il testo greco che dice chiaramente: “Non conosco uomo”, in modo assoluto, non come un “non conosco ancora l’uomo”. Aveva scelto di inserirsi nella lunga teoria delle donne sterili che, nell’Antico Testamento, incarnavano la peggiore emarginazione. Forse aveva colto che la donna sterile, senza figlio per pensare a lei nella vecchiaia, doveva affidarsi a Dio solo.
Ed ecco che le viene proposto di diventare la madre del Messia, come se avesse sbagliato tutto. Eppure rimane decisa: “Non conosco uomo” e non ne conoscerò dice la sua risposta. Attende tutto da Dio, anche se Dio sembra sottrarsi alla sua speranza. Solo allora, quando tutto appare confuso, quando ogni logica scompare, viene la risposta del vero Dio: “Lo spirito stenderà le sue ali su di te”, modo biblico di parlare dello sposalizio. Maria, donna volontariamente sterile dona la luce a Cristo, di cui tutti i figli nati da madri sterili erano la figura, perché non nati dal desiderio umano, ma dalla fiducia nella fecondità di un amore rivolto al Bene assoluto.
E.Marie

mercoledì 3 dicembre 2008

VOGLIO URLARE AL MONDO
CHE QUESTO NON E' L'AMORE DI CRISTO


Oggi, compare su tutti i giornali e nei loro siti la posizione del Vaticano espressa all'ONU circa la depenalizzazione dell'omosessualità. Il Vaticano si è schierato per il no, giustificando questa posizione che la depenalizzazione creerebbe altre discriminazioni proprio perchè sarebbero fatte pressioni indebite sui paesi che non approvano le unioni omosessuali. Che casaulità, ieri sera ero tornato entusiata da una bellissima veglia ecumenica sulla pace, sulla necessità di deporre le armi, per cessare le guerre e le persecuzioni. E oggi noto che la Mia Chiesa preferisce il teatrino politico, la prova di forza, parole così fredde e aride per giustificare la non messa al bando della depenalizzazione dell'omosessualità. Come se venisse prima la vittoria politica che la dignità umana, la conservazione del potere che il tentativo di conoscere una realtà diversa, una ripicca politica che l'amore fra due persone anche dello stesso sesso. Come se venisse prima tutto questo che la vita. Sì, la vita! Vorrei ricordare che nel mondo sono 91 i paesi che condannano l'omosessualità come reato. 91 paesi in cui SI MUORE! SI MUORE!!!!!!! Ma diamo un occhio anche al passato. Tra il 1933 ed il 1945 SONO STATI UCCISI circa 7.000 omosessuali.
No, no...non posso credere e tollerare che questa sia la Chiesa di Dio, che questo è l'amore di cui parla Cristo, che questa è la cura delle persone omosessuali.
Di cura e rispetto non c'è nulla. Nulla, niente di niente. In quella posizione c'è solo condanna, cecità verso il passato, vuoto, silenzio e... morte. Morte.

Andrea

giovedì 13 novembre 2008

Domenica 16 novembre 2008

33a domenica t.o. - Mt 25, 14-30
Il malinteso
“Non ci sono bambini pigri, ci sono solo bambini demotivati”, dicono i veri educatori, mentre l’adulto trova in se stesso le motivazioni del proprio vivere. Il servo, che ha nascosto il talento sotto terra, non è riuscito invece a darsi quelle ragioni e non ha nemmeno cercato di capire le cause della sua sfiducia. Si è accontentato di rimandare al padrone la colpa della sua noncuranza: “So che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”.
La sfida d’ogni vita consiste nel saper sfruttare tutte le possibilità che la storia personale offre. La Scrittura parla di resa dei conti per esprimere la responsabilità d’ogni essere umano davanti alla propria esistenza. Purtroppo, intendiamo male il messaggio, come se si trattasse di rendere dei conti da ragioniere a un padrone. Dio invece propone la felicità ad ognuno, una vita intensa. Il peccato è sempre rifiuto di un’offerta di vita più abbondante. Il talento che ognuno riceve è la sua potenzialità d’umanità. Più la farà crescere, più diffonderà felicità attorno a sé e nella propria esistenza: “Prendi parte alla mia gioia”, dice il padrone al servo fedele.
Questa parabola illustra il malinteso dell’umanità di fronte a Dio. Il servo non aveva capito che l’impegno per sfruttare il suo talento sarebbe stato a beneficio suo, che gli era chiesto di lavorare per se stesso e non per il padrone. A Dio non interessa la contabilità finale ma il far crescere l’umano che ognuno si porta dentro. Chi s’impegna con tutte le forze nel vivere appieno, potrà sbagliare, sporcarsi, magari disperare, ma la sua ricerca di vita sarà anche in quello scoraggiamento, che permetterà di ricuperare sbagli e peccati. Chi invece non si dà il diritto di essere pienamente se stesso, resta sulla cornice e non entra mai nel quadro.
Siamo sempre tentati di guardare al risultato, dandogli una connotazione morale, mentre si tratta di una questione d’impegno e di fiducia, non d’efficacia apparente o di conti da rendere. Tutto il sistema del servo malvagio si reggeva sulla paura. Ogni struttura interiore, che si regge sulla paura, sotterra i talenti anche se moltiplica il capitale, perché la paura blocca l’amore. Dio, dietro la figura del padrone,
si lascia persino calunniare pur di risvegliare nell’essere umano l’amore alla vita.
E.Marie